Da Diderot a ChatGPT: cosa succede quando la conoscenza non ha più un guardiano

Nel 1751 Denis Diderot e Jean-Baptiste le Rond d'Alembert pubblicarono il primo volume dell'Encyclopédie. L'obiettivo era radicale e dichiarato: raccogliere tutto il sapere umano in un unico corpus accessibile, sottrarlo alla custodia delle istituzioni religiose e delle accademie, consegnarlo alla ragione di chiunque sapesse leggere. Ci vollero ventuno anni, centocinquantasei collaboratori e ventotto volumi per completare l'opera. Era un'impresa titanica. Era anche un atto politico.
Oggi quel progetto è stato completato mille volte, in mille lingue, su mille piattaforme. Wikipedia conta oltre 62 milioni di voci in più di trecento lingue. Google indicizza miliardi di pagine. L'intelligenza artificiale generativa produce ogni giorno volumi di testo che Diderot non avrebbe saputo nemmeno immaginare. Questi testi spesso vengono pubblicati massivamente su piattaforme di book-on demand saturando la possibilità del mercato di assorbirle.
La conoscenza non è più custodita: è ovunque, illimitata, gratuita, istantanea.
Eppure qualcosa non torna. Perché nel mezzo di questa abbondanza senza precedenti, la sensazione più diffusa non è quella di essere meglio informati, più orientati, più capaci di giudizio. La sensazione è esattamente quella opposta: un rumore di fondo che cresce, una fatica crescente a distinguere il rilevante dall'irrilevante, il pensiero dalla sua simulazione.
La domanda non è quanta conoscenza esiste. È quanta conoscenza attraversiamo davvero noi umani…
Questo articolo prova a guardare il fenomeno dall'interno. Non per condannarlo, non per celebrarlo. Per capire cosa sta succedendo, attraverso i dati, attraverso la psicologia, attraverso la filosofia.
E soprattutto per formulare, alla fine, la domanda che nessuno osa pronunciare ad alta voce.

I numeri della lettura: quanto legge davvero il mondo

Partiamo dai dati. In Italia, secondo le rilevazioni ISTAT più recenti, il 39,3% della popolazione di sei anni e più ha dichiarato di aver letto almeno un libro nell'ultimo anno per motivi non scolastici né professionali. Stiamo parlando di una persona su tre che legge — qualsiasi cosa — nel corso di dodici mesi. Il dato è in calo rispetto al 40,8% del 2021. Rispetto al 2001, la tendenza è strutturalmente al ribasso.
Chi legge, quanto legge? Mediamente 8,2 titoli l'anno tra carta, ebook e audiolibri. Il cosiddetto lettore forte — colui che legge almeno dodici libri all'anno — rappresenta solo il 15,2% della popolazione. Il lettore giovane tra i 15 e i 17 anni è paradossalmente il più attivo: l'82% dichiara di leggere. Il dato crolla tra i 55 e i 64 anni, scendendo al 65%.
Dati ISTAT / AIE 2023-2024: il 39,3% degli italiani legge almeno un libro all'anno. Il tempo medio settimanale dedicato alla lettura è di 4 ore e 18 minuti per chi legge. I giovani tra i 15 e i 17 anni sono i lettori più attivi (82%), mentre gli adulti tra i 55 e i 64 anni i meno attivi (65%).
A livello globale, il quadro non è più confortante. Secondo il report Digital 2024 di We Are Social, l'utente medio trascorre 6 ore e 40 minuti online ogni giorno. Di queste, il tempo dedicato a contenuti che richiedono elaborazione lenta e profonda — lettura di testi lunghi, saggistica, formazione strutturata — è una frazione marginale. La grande maggioranza del consumo digitale è orientata all'intrattenimento rapido: video brevi, social media, aggiornamenti di notizie.
C'è una distinzione che i dati da soli non catturano: quella tra leggere e formarsi. Si può leggere molto — post, headline, thread, sintesi generate dall'AI — senza che nulla di tutto questo costruisca un modello mentale coerente del mondo. E si può leggere poco, ma in modo profondo e trasformativo. I numeri misurano la prima dimensione, non la seconda. È la seconda che ci interessa.

La produzione editoriale: una valanga che cresce

Mentre il numero di lettori stagna o declina, la produzione di libri cresce senza sosta. In Italia, nel 2023 sono stati pubblicati oltre 85.000 titoli a stampa. Se si aggiungono gli ebook e le opere autopubblicate, si supera quota 100.000. Una produzione pari a 282 titoli ogni giorno — dodici all'ora. Un libro ogni cinque minuti, ventiquattr'ore su ventiquattro.
A livello mondiale, le stime UNESCO indicano che ogni anno vengono pubblicati circa 2,2 milioni di nuovi titoli. Altre fonti che includono il self-publishing digitale portano la cifra vicino ai quattro milioni. Google ha stimato che i libri unici esistenti al mondo siano circa 156 milioni. Il numero cresce ogni anno di milioni di unità.
Dati UNESCO / AIE: ogni anno vengono pubblicati circa 2,2 milioni di nuovi titoli nel mondo. In Italia nel 2023 sono stati pubblicati 85.192 titoli a stampa. Dei libri pubblicati in Italia, solo il 3,8% (circa 3.254 titoli) vende più di 2.000 copie. Oltre 80.000 titoli l'anno rimangono sostanzialmente invisibili al mercato.
La conseguenza naturale di questa esplosione è ciò che in economia si chiama paradosso della scelta: quando le opzioni disponibili superano una soglia critica, la capacità di scegliere si deteriora. L'abbondanza produce paralisi, non libertà. Il lettore non sa più cosa valga la pena leggere. L'editore non sa più cosa valga la pena pubblicare. Il mercato risponde amplificando il già noto — l'autore televisivo, il bestseller internazionale — e lasciando nell'ombra tutto il resto.
Uno dei dati più rivelatori del rapporto AIE 2024: dei circa 85.000 titoli pubblicati in Italia in un anno, solo una minima parte raggiunge anche le librerie fisiche. La maggioranza esiste, tecnicamente, ma non circola. È come costruire un palazzo e non aprire le porte.

L'intelligenza artificiale e la moltiplicazione dei testi

Dal 2023 in poi, a questa già abbondante produzione editoriale si è aggiunta una variabile che ha cambiato strutturalmente le coordinate del problema: l'intelligenza artificiale generativa. ChatGPT, Claude, Gemini e i loro simili sono in grado di produrre testi di qualità apparente su qualsiasi argomento in pochi minuti. Un libro di trecento pagine può essere generato in meno di quattro ore.
Amazon Kindle Direct Publishing — la principale piattaforma di self-publishing al mondo — ha già dovuto introdurre linee guida specifiche per richiedere agli autori di dichiarare se il loro contenuto è generato dall'AI. Il motivo è semplice: nella prima metà del 2023, il numero di ebook con ChatGPT come autore o co-autore dichiarato aveva già superato i duecento titoli sulla sola versione americana. E questi erano solo quelli dichiarati.
Fenomeno KDP / AI: entro la fine del 2023, Amazon ha introdotto l'obbligo di dichiarazione per i contenuti generati con AI, dopo una proliferazione documentata di ebook scritti da modelli linguistici. Un singolo operatore con strumenti AI può pubblicare, secondo stime interne alla piattaforma, fino a 300 titoli all'anno su nicchie di mercato identificate algoritmicamente.
La conseguenza più preoccupante non è la quantità, ma la qualità specifica di questo tipo di produzione. I modelli linguistici sono addestrati a produrre testi plausibili, fluidi, apparentemente corretti. Non sono addestrati ad avere esperienza vissuta, a sbagliare nel modo giusto, a portare il peso specifico di una vita che ha attraversato quella che descrive. Il risultato è ciò che gli analisti del settore chiamano mediocrità accettabile: testi che non sono sbagliati, ma sono vuoti. Superfici perfette che non hanno interno.
La tecnologia, in questo caso, non ha amplificato la conoscenza. Ha amplificato la sua simulazione. E la difficoltà crescente di distinguere le due cose è forse il problema culturale più sottile del nostro tempo.
I modelli linguistici producono testi plausibili. Non producono pensiero. La differenza è invisibile in superficie, e determinante in profondità.

Il web: un universo di conoscenza senza custodi

Ma i libri — anche moltiplicati dall'AI — sono solo una parte del problema. Il web ha creato un ecosistema informativo di dimensioni letteralmente inimmaginabili. Oggi esistono circa 1,7 miliardi di siti web registrati, dei quali circa 200 milioni sono effettivamente attivi. Il numero di pagine indicizzate dai motori di ricerca supera i 4,6 miliardi, e questa cifra non include il Deep Web — la parte del web non raggiungibile dalla ricerca ordinaria, stimata tra le cinque e le cinquecento volte più grande di quella visibile.
Per dare una dimensione fisica a questi numeri: i ricercatori hanno stimato che per stampare su carta l'intero web visibile servirebbero risorse equivalenti al 2% della foresta pluviale amazzonica. I dati si aggiornano ogni ora. Ogni giorno vengono pubblicati milioni di nuovi contenuti — articoli, post, video, podcast, newsletter, thread, commenti, report, white paper, guide, tutorial. Il flusso non si ferma mai.
Dati internet 2024 (We Are Social / Netcraft): 1,7 miliardi di siti web registrati, circa 200 milioni attivi. L'utente medio internet trascorre 6 ore e 40 minuti online ogni giorno. 5 miliardi di persone usano i social media. Il 38% delle pagine web che esistevano nel 2013 non è più accessibile oggi (Pew Research Center, 2024).
C'è un paradosso ulteriore che la ricerca del Pew Research Center ha reso visibile nel 2024: il 38% delle pagine web che esistevano nel 2013 è già scomparso. La conoscenza digitale è anche fragile. Si accumula e si dissolve contemporaneamente. Il web non è solo una biblioteca infinita: è una biblioteca che brucia lentamente dall'altra parte, mentre continua a costruire nuove ali dalla parte opposta.
In questo contesto, piattaforme come YouTube, Coursera, Khan Academy, Substack, Spotify, e le stesse AI conversazionali hanno aggiunto un ulteriore strato: la formazione digitale. Oggi è possibile seguire corsi universitari dei migliori atenei del mondo gratuitamente. Ascoltare le lezioni di filosofi, economisti, scienziati di fama internazionale durante una corsa mattutina. Interrogare un sistema AI su qualsiasi argomento e ottenere in pochi secondi una sintesi strutturata che avrebbe richiesto giorni di ricerca in biblioteca. L'accesso alla conoscenza non è mai stato così democratico nella storia dell'umanità.
Il problema, di nuovo, non è l'accesso. È cosa ci facciamo con ciò a cui accediamo.

Cosa significa filosoficamente non leggere

La domanda filosofica centrale non è etica — non si tratta di stabilire se leggere sia un dovere. Si tratta di capire cosa succede alla mente quando smette di abitare il testo lungo.
Kant, nell'opuscolo del 1784 che risponde alla domanda Was ist Aufklärung?, definisce l'illuminismo come l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità imputabile a se stesso. La minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Il motto dell'illuminismo — Sapere aude!, abbi il coraggio di servirti del tuo intelletto — è ancora la domanda più radicale che si possa porre in un'epoca in cui qualcuno è sempre disposto a pensare al nostro posto.
L'AI generativa è, tra le molte cose che è, anche questo: una macchina disponibile a pensare per noi, in modo rapido, elegante, persuasivo. Non è una minaccia in sé. Diventa una minaccia quando la delega è totale. Quando il testo che leggiamo sostituisce il testo che avremmo dovuto costruire internamente attraverso la fatica della lettura, della connessione, della confutazione.
Jorge Luis Borges, nel racconto La biblioteca di Babele del 1941, immagina una biblioteca che contiene tutti i libri possibili — ogni combinazione possibile di lettere, ogni testo mai scritto e mai scrivibile. I bibliotecari, immersi nell'infinito, hanno perso la capacità di orientarsi. Non sanno più cosa cercare, né perché. L'abbondanza assoluta produce lo stesso effetto del deserto: non c'è nulla a cui appigliarsi.
Borges aveva già visto tutto: una biblioteca infinita non è il paradiso della conoscenza. È il suo labirinto.
C'è una distinzione che la filosofia della conoscenza traccia con precisione: quella tra informazione, conoscenza e saggezza. L'informazione è il dato grezzo — un fatto, un numero, una notizia. La conoscenza è l'informazione organizzata in un modello coerente del mondo. La saggezza è la capacità di applicare quel modello per orientarsi in situazioni nuove. Il web produce informazione in quantità illimitata. Produce conoscenza in misura molto minore. Produce saggezza raramente.
La lettura profonda — quella lenta, quella che richiede ritorni e sottolineature e margini scritti — è uno dei pochi strumenti che l'umanità ha sviluppato per trasformare l'informazione in conoscenza. Non è l'unico, ma è quello più difficilmente sostituibile. Perché il testo lungo impone una disciplina cognitiva che il frammento non richiede: seguire un argomento per duecento pagine, tollerare la complessità, costruire e abbandonare ipotesi, cambiare idea.

Cosa significa psicologicamente non formarsi

Sul piano psicologico, le conseguenze del sovraccarico informativo e della lettura superficiale sono documentate e convergenti. Daniel Kahneman, nel suo Pensieri lenti e veloci, descrive due sistemi cognitivi: il Sistema 1, rapido, automatico, intuitivo; e il Sistema 2, lento, deliberato, analitico. La lettura profonda è un esercizio del Sistema 2. Il consumo digitale frammentato alimenta quasi esclusivamente il Sistema 1.
Il risultato cognitivo è prevedibile: chi legge prevalentemente in modalità frammentata sviluppa una preferenza per le conclusioni rapide, per le semplificazioni, per le narrative preconfezionate. Non perché sia meno intelligente — l'intelligenza come capacità di calcolo puro non è influenzata — ma perché i circuiti del pensiero lento si atrofizzano per mancanza di esercizio. Come un muscolo non allenato.
La filosofa e pedagogista Martha Nussbaum ha argomentato con forza che la mancanza di pensiero critico — quella capacità di analizzare, confutare, costruire argomentazioni complesse — non produce solo individui meno competenti. Produce conformismo sociale. Chi non ha imparato a pensare in proprio impara a pensare come pensano gli altri — e non sempre i migliori altri.
La ricerca di Stanovich e West (2008) ha documentato che un QI elevato non protegge dai bias cognitivi. Il pensiero critico è una competenza separata dall'intelligenza generale, che si sviluppa con la pratica — e si deteriora senza. Studi condotti nel 2015 su 341 ricerche sperimentali concludono che l'esposizione a problemi complessi del mondo reale e il dialogo aperto sono le condizioni necessarie per svilupparlo.
C'è una dimensione ulteriore, meno citata: quella dell'identità. La formazione profonda — non quella che accumula contenuti, ma quella che li attraversa — produce un effetto che i ricercatori chiamano integrazione delle strutture cognitive. Chi legge davvero, chi studia nel senso profondo del termine, non accumula informazioni: costruisce un modo di leggere il mondo. Una voce interna con cui dialogare. Una bussola che non dipende dall'ultimo aggiornamento dell'algoritmo.
Chi non si forma in questo senso rimane in quello stato che Kant chiamava minorità: non per mancanza di accesso alla conoscenza — oggi l'accesso non è mai stato più democratico — ma per mancanza della fatica necessaria a trasformarla in qualcosa di proprio.
Il problema non è non sapere. È non aver attraversato il sapere abbastanza in profondità da farlo diventare orientamento.

Cosa dicono le grandi fonti sul fenomeno

Il fenomeno non è ignorato. Al contrario, negli ultimi anni ha prodotto una letteratura crescente in ambito accademico, giornalistico e politico. I temi convergono su alcuni nodi fondamentali.
Il World Economic Forum identifica il pensiero critico come una delle competenze chiave del XXI secolo — insieme a creatività, collaborazione e comunicazione. La ragione è precisa: in un'economia sempre più automatizzata, le funzioni che non possono essere delegate alle macchine sono quelle che richiedono giudizio complesso, navigazione dell'ambiguità, capacità di formulare domande che non hanno ancora una risposta nota. Queste capacità si sviluppano attraverso la formazione profonda, non attraverso il consumo di contenuti.
L'UNESCO, nel suo rapporto Reimagining Our Futures Together del 2021, individua nell'eccessiva frammentazione dell'attenzione uno dei principali rischi per la coesione sociale e la democrazia deliberativa. Una popolazione che non sa leggere testi lunghi è una popolazione che non sa seguire argomenti complessi, che non sa valutare le fonti, che è vulnerabile alla manipolazione semplificatoria. Non è un problema di intelligenza: è un problema di allenamento cognitivo.
Il Pew Research Center, nel già citato studio del 2024 sulla persistenza del web, ha documentato un paradosso che tocca direttamente la questione: il 38% delle pagine web del 2013 è già scomparso. La conoscenza digitale è volatile. Il libro stampato dura secoli. La formazione profonda — quella che sedimenta dentro — dura una vita. Il resto è transitorio per definizione.
Infine, c'è la questione sollevata da Nicholas Carr nel suo The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains (2010), che anticipa molte delle preoccupazioni attuali. Il cervello umano è plastico: si adatta agli strumenti che utilizza. Un cervello allenato alla lettura profonda sviluppa circuiti neurali diversi da uno allenato alla navigazione rapida. Il cambiamento non è irreversibile, ma richiede consapevolezza e scelta attiva.

La domanda sotto la domanda

Questo articolo è partito da un'immagine: l'Encyclopédie di Diderot. Un'impresa umana, collettiva, faticosa, politica. Un atto di fede nella ragione. Oggi quella fede si è trasformata in qualcosa di molto più ambiguo: la convinzione che la disponibilità di conoscenza sia equivalente alla conoscenza stessa. Che basti avere accesso per avere orientamento.
I dati raccontano un'altra storia. La produzione di testi cresce esponenzialmente — libri, pagine web, contenuti AI. Il numero di lettori profondi stagna o declina. La distanza tra ciò che è disponibile e ciò che viene attraversato non è mai stata così grande nella storia dell'umanità.
Ma la domanda vera non è quantitativa. Non è quanti libri si pubblicano, né quanti ne leggiamo. È cosa stiamo costruendo dentro, attraverso ciò che scegliamo di attraversare. E cosa stiamo cedendo fuori, a sistemi sempre più capaci di pensare al nostro posto.
L'alchimia, come registro del Ravensmore, insegna che la realtà ha sempre almeno due strati. In questo caso: lo strato manifesto è la sovrabbondanza di conoscenza accessibile. Lo strato operante è la progressiva delegazione del pensiero a strumenti che non hanno corpo, non hanno esperienza, non hanno in gioco nulla nel mondo.
Diderot e i suoi collaboratori rischiarono la prigione per pubblicare l'Encyclopédie. Il primo volume fu messo all'indice. Qualcuno credeva che la conoscenza libera fosse pericolosa. Forse avevano ragione — ma nel senso opposto a quello che intendevano. La conoscenza non è pericolosa quando è troppa. È pericolosa quando passa senza lasciare traccia.

La domanda di Diderot era: come rendiamo accessibile la conoscenza? La domanda che ci aspetta è un'altra: come facciamo perché la conoscenza accessibile valga ancora qualcosa?

Questa è la domanda che ogni membro del Ravensmore porta con sé, senza doverla pronunciare ad alta voce. È la domanda sotto la domanda. È quella che nei giorni successivi alla lettura di questo articolo cambia silenziosamente il modo di guardare uno schermo, di aprire una pagina, di chiudere un'applicazione prima del necessario.

Fonti

  • ISTAT — La produzione e la lettura di libri in Italia, 2023-2024 — istat.it
  • Associazione Italiana Editori (AIE) — Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia, 2024 — aie.it
  • We Are Social / Meltwater — Digital 2024 Global Overview Reportwearesocial.com
  • UNESCO — Reimagining Our Futures Together: A New Social Contract for Education, 2021 — unesco.org
  • Pew Research Center — When Online Content Disappears, 2024 — pewresearch.org
  • World Economic Forum — Future of Jobs Report, 2023 — weforum.org
  • Kahneman, D. — Thinking, Fast and Slow, Farrar, Straus and Giroux, 2011
  • Carr, N. — The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains, W. W. Norton & Company, 2010
  • Nussbaum, M. — Not for Profit: Why Democracy Needs the Humanities, Princeton University Press, 2010
  • Stanovich, K. E. & West, R. F. — On the failure of cognitive ability to predict myside and one-sided thinking biases, Thinking & Reasoning, 2008
  • Kant, I. — Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?, Berlinische Monatsschrift, 1784
  • Borges, J. L. — La biblioteca di Babele, in Finzioni, Einaudi, 1941
Autore

Giorgio Carrozzini

Pubblicato il 05/03/2026 alle 14:59

Articoli Correlati

Essere ossessionati il "giusto"
L'ossessione GIUSTA
13 Mar 2026