Se si mettesse su una sola bilancia tutta la materia del Sistema Solare e si chiedesse quanta parte di essa sia viva, il risultato sfiderebbe ogni intuizione: circa cinque parti su diecimila miliardi di miliardi. Il calcolo è straordinario proprio perché considera una scala ridotta: non l'intera galassia, non l'universo osservabile, ma soltanto il nostro piccolo Sistema Solare. Eppure, anche restringendo così tanto il termine di paragone, la frazione di materia vivente resta microscopica — e diventa quasi impensabile quando la si limita alla materia capace di riconoscere sé stessa.
Quel numero infinitesimo non è una curiosità da almanacco delle giovani marmotte: è la misura di quanto essere vivi sia raro, quasi un miracolo, qualcosa di incredibile e straordinario. E se già la scala risulta tanto esigua, la probabilità che la materia inerte diventi vita è un abisso ancora più profondo.
Questo testo parte dai numeri e arriva fino a una domanda che i numeri, da soli, non pongono: se la vita è così rara, che cosa ne consegue?
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Un rapporto, non una probabilità
Prima di celebrare qualsiasi cifra, va fatta una specifica. Non esiste, allo stato attuale delle conoscenze, una qualche probabilità rigorosa di essere vivi. Disponiamo di un unico caso osservato di nascita della vita — la Terra — e con un campione di dimensione uno nessuna frequenza statistica è calcolabile. È come stimare la probabilità di una moneta lanciandola una volta sola: qualunque numero proposto sarebbe una congettura, non una misura.
Ciò che invece si può calcolare con precisione è un rapporto di massa: quanta parte della materia totale è materia vivente, e quanta di questa è materia auto-cosciente. Le unità si semplificano, i dati provengono da misure osservative, il risultato è verificabile. È la cosa più solida che il metodo consenta.
Per questo, nelle righe che seguono, non si parla mai di probabilità dell'essere vivi, ma di frazioni concatenate da un unico sistema di misura: Sistema Solare, vita, coscienza.
La materia vivente pesa quasi nulla
Il primo dato è quasi imbarazzante nella sua sproporzione. La massa del Sistema Solare è dominata da un solo oggetto: il Sole raccoglie da solo circa il 99,86 per cento di tutta la materia, e ammonta a poco meno di 2×10³⁰ chilogrammi. Tutto il resto — pianeti, lune, asteroidi, comete — è ciò che alcuni astronomi hanno definito con ironia «il Sole più qualche detrito».
Contro questo fondale, la biomassa terrestre — l'insieme di tutta la vita, piante comprese — pesa nell'ordine di 10¹⁵ chilogrammi. Il censimento più autorevole la quantifica in circa 550 gigatonnellate di carbonio, per gran parte vegetale. Il rapporto tra materia vivente e materia totale del sistema vale allora circa 5×10⁻¹⁶: mezzo miliardesimo di miliardesimo. Un granello di sabbia in un cubo largo un chilometro.
La vita non è distribuita ovunque: è un velo sottile disteso sulla superficie di un solo mondo, mentre quasi tutta la materia riposa nel cuore di una stella.
La ragione di un numero così piccolo non è che la vita sia «rara» in senso profondo, ma che essa è un fenomeno di superficie: una biosfera spessa pochi chilometri, aggrappata a un pianeta minuscolo, in un sistema fatto quasi per intero di plasma stellare.
Dalla vita alla coscienza
Il secondo salto cambia registro. Se si chiede quale frazione della materia vivente sia auto-cosciente, occorre anzitutto scegliere un criterio, perché la scienza non traccia un confine netto. Il più usato in laboratorio è il test dello specchio: il riconoscimento della propria immagine, superato con evidenze diverse da esseri umani, grandi scimmie, elefanti, delfini e alcuni corvidi.
Adottando la stima più conservativa — la biomassa umana come proxy della materia cosciente — i conti sono netti. Gli esseri umani pesano circa 0,06 gigatonnellate di carbonio contro le 550 dell'intera biosfera. Il rapporto vale dunque circa 1,1×10⁻⁴: lo 0,01 per cento della materia vivente. Rispetto al salto precedente è una cifra quasi generosa — un bicchiere d'acqua in una piscina olimpionica. Una volta che la vita esiste, insomma, diventare coscienti è un passaggio molti ordini di grandezza meno raro che diventare vivi.
Cinque parti su un miliardo di miliardi di miliardi
I due rapporti appartengono alla stessa catena, e per questo si possono moltiplicare. Il prodotto risponde alla domanda più radicale: quanta parte di tutta la materia del Sistema Solare è organizzata in forma auto-cosciente?
Il calcolo è immediato: 5×10⁻¹⁶ moltiplicato per 1,1×10⁻⁴ dà circa 5,5×10⁻²⁰. Cinque parti su cento miliardi di miliardi di miliardi. Se il primo salto era un granello di sabbia in un cubo di un chilometro, questo è come cercare un singolo atomo in un cubo grande quanto la Terra. La coscienza, misurata sul peso del cosmo che la ospita, è la cosa più sottile che si possa immaginare senza uscire dal dominio del misurabile.
Il salto più vertiginoso: la probabilità dell'origine
Qui il ragionamento si rovescia, e diventa più impressionante. Tutti i numeri visti finora descrivono una scala, cioè quanto poca materia è viva o cosciente adesso. Ma restano numeri conservativi, ancorati a masse note. La vera vertigine sta altrove: nella probabilità che la materia inerte compia il primo passo e diventi vita.
Un'analisi statistica pubblicata dai fisici David Spiegel ed Edwin Turner ha mostrato che il fatto che la vita sia comparsa presto nella storia della Terra non prova affatto che l'abiogenesi sia facile o frequente. Con i soli dati disponibili, la scelta delle ipotesi di partenza domina il risultato: l'evidenza resta compatibile anche con una probabilità intrinseca arbitrariamente bassa che la materia diventi vivente. Se dunque la sola scala del vivente è già esigua, la probabilità che quella scala esista davvero è un numero che potrebbe essere ancora più piccolo di ogni immaginazione — e che nessuno, oggi, sa fissare.
Non sappiamo quanto sia improbabile essere vivi. Sappiamo soltanto che, comunque sia, noi lo siamo.
Dalla rarità nasce una responsabilità
Ora oserò fare un assunto filosofico che è frutto solo dell'esperienza umana. Molti potrebbero concettualmente opzionarne la validità.
Da un'informazione quantitativa può discendere, quasi naturalmente, un'etica. Se la materia vivente è una frazione tanto minuscola dell'esistente, allora ogni vita che si spegne non è una perdita soltanto privata: è una sottrazione a un patrimonio rarissimo dell'universo. Là dove quasi tutto è polvere e plasma, ciò che è vivo — e ancor più ciò che è cosciente — costituisce un evento così improbabile da rendere ogni sua cancellazione un danno di scala cosmica.
Ne deriva una responsabilità che riguarda tutti gli esseri umani, senza eccezioni: preservare la vita, la propria e quella altrui, la specie e le forme che ci accompagnano. Non come dovere calato dall'esterno, ma come conseguenza logica di ciò che i numeri mostrano. La filosofia, a questo punto, porrebbe la sua domanda più insidiosa: perché? Perché la vita andrebbe protetta, e non semplicemente lasciata al suo corso?
La risposta più semplice è anche la più solida: perché la vita è rara. E ciò che è raro, lo sappiamo, è prezioso.
Non serve invocare un principio metafisico per fondare questo valore. Basta l'aritmetica da cui siamo partiti: la rarità misurata in cifre diventa, senza forzature, la ragione della preziosità. Chi ha stabilito questo assunto? Nessuno è solo frutto del vissuto umano.
Prendersi cura della vita è allora il modo più coerente di rispondere a un dato di fatto — che essere vivi, in questo universo, è quasi un privilegio impossibile.
Quando i numeri restituiscono lo stupore
C'è un modo sbagliato di leggere queste cifre: come una diminuzione, una prova che la vita e la coscienza siano trascurabili, persi come sono in un decimale lontanissimo dallo zero. È esattamente l'opposto. Un fenomeno così raro, così concentrato, così sproporzionato rispetto alla materia che lo circonda, non è insignificante: è straordinario nel senso letterale del termine, fuori dall'ordine consueto delle cose.
La stessa materia inerte che compone le stelle e la polvere, in una frazione di sé pari a un atomo perso in un pianeta, si è organizzata al punto da guardarsi allo specchio e da calcolare la propria rarità. Chi legge queste righe è precisamente quella frazione: materia diventata capace di stupirsi di essere materia. I numeri non riducono lo stupore — lo misurano. E ciò che resta, quando l'aritmetica ha finito il suo compito, è la sensazione discreta e precisa che essere vivi, e coscienti, non sia mai stato ovvio nemmeno per un istante.
Fonti
- Bar-On, Y. M., Phillips, R. & Milo, R. (2018). The biomass distribution on Earth. Proceedings of the National Academy of Sciences, 115(25), 6506–6511. pnas.org
- Spiegel, D. S. & Turner, E. L. (2012). Bayesian analysis of the astrobiological implications of life's early emergence on Earth. Proceedings of the National Academy of Sciences, 109(2), 395–400. pnas.org
- Gallup, G. G. (1970). Chimpanzees: Self-Recognition. Science, 167(3914), 86–87.
- NASA Science. Sun: Facts. National Aeronautics & Space Administration. science.nasa.gov