Per anni la telemetria è stata una parola da ingegneri. Indicava la raccolta a distanza, continua e automatica dei dati che un dispositivo emette mentre lavora: temperatura di un motore, latenza di un server, consumo di un'applicazione. La telemetria serviva a far funzionare meglio le macchine. Poi quella stessa logica — flusso costante, passivo, granulare — è stata rivolta verso di noi. Non più al dispositivo, ma alla persona che lo usa, che lo indossa, che gli sta semplicemente davanti. È questo lo slittamento che oggi alcuni chiamano telemetria umana: la frontiera più avanzata della profilazione comportamentale, dove ciò che viene misurato non è più solo chi siamo o cosa facciamo, ma come stiamo funzionando dentro, istante per istante. Non si tratta di farsi prendere dall'allarme. Si tratta di sapere cosa sta accadendo, perché su questo terreno l'informazione è già una forma di libertà.
Che cosa caratterizza la telemetria umana
Nel digitale (e nel web soprattutto) la "profilazione tradizionale" lavora per fotografie: un dato anagrafico, una cronologia di acquisti, una posizione geografica. Sono istantanee, per quanto dettagliate. Oggi c'è qualcosa di nuovo che potrebbe spaventarci... ma manteniamo l'equilibrio e tentiamo di capire cosa si tratta. La "telemetria umana" lavora invece per flusso continuo. Misura il modo in cui digiti sulla tastiera, la velocità con cui scorri uno schermo, il punto in cui si posa il tuo sguardo, il microtremore della voce, la postura, la frequenza cardiaca, la conduttanza della pelle. Nella sua versione più avanzata, arriva a leggere l'attività cerebrale.
La differenza non è di quantità ma di natura. Una fotografia descrive un passato; un flusso comportamentale permette di anticipare. Ed è proprio qui che si concentra la posta in gioco. Come ha osservato il dibattito europeo sulla materia, mentre un'impronta digitale ci identifica e un dato di geolocalizzazione ci traccia, i segnali biometrici e neurali possono rivelare come ci sentiamo, cosa temiamo, cosa desideriamo o cosa intendiamo fare — talvolta prima che ne siamo consapevoli noi stessi. Lo strumento che nasce per ottimizzare può diventare, senza cambiare tecnologia, uno strumento per prevedere e quindi orientare le scelte.
La superficie è un dato. Lo strato operante è un comportamento che si può anticipare. È la distanza tra ciò che appare e ciò che agisce.
Le linee rosse già in vigore: l'AI Act
L'Unione Europea non è arrivata impreparata a questa frontiera. Con il Regolamento sull'Intelligenza Artificiale (AI Act), primo quadro normativo organico al mondo sull'IA, ha tracciato quelle che gli stessi addetti ai lavori chiamano red lines: confini non negoziabili. Dal 2 febbraio 2025 sono diventati legalmente vincolanti in tutti i 27 Stati membri i divieti previsti dall'Articolo 5, quelli che colpiscono le pratiche a "rischio inaccettabile" per i diritti fondamentali.
Tra queste pratiche proibite ce ne sono diverse che toccano direttamente il cuore della telemetria umana. È vietato il riconoscimento delle emozioni sul posto di lavoro e nelle istituzioni educative, salvo ristrette eccezioni mediche o di sicurezza. È vietata la categorizzazione biometrica che deduce caratteristiche sensibili come orientamento, opinioni politiche o convinzioni religiose. È vietato il social scoring, ossia la classificazione delle persone in base al comportamento sociale. È vietata la polizia predittiva fondata unicamente sulla profilazione della personalità.
Un dettaglio merita attenzione, perché mostra quanto il legislatore abbia preso sul serio proprio il livello "telemetrico". Le linee guida della Commissione chiariscono che il divieto sul riconoscimento emotivo non riguarda solo il volto: cattura anche i biometrici comportamentali come la dinamica di battitura sui tasti o le posture del corpo. Sono esattamente i segnali che un sistema di telemetria umana raccoglie di continuo. Le sanzioni, per chi viola questi divieti, arrivano fino a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato annuo globale, e la portata extraterritoriale del regolamento estende l'obbligo a qualsiasi sistema che incida su persone presenti nell'Unione.
Dove il divieto si ferma: le zone grigie
Sarebbe però fuorviante concludere che il problema sia risolto. Le linee rosse dell'AI Act sono precise, e proprio per questo lasciano fuori molto. Il divieto sul riconoscimento delle emozioni vale per il lavoro e la scuola, ambienti caratterizzati da uno squilibrio di potere, ma non per il vasto territorio commerciale. Le stesse linee guida della Commissione fanno un esempio rivelatore: un sistema vocale che in un call center traccia le emozioni del cliente — non del dipendente — resta sostanzialmente fuori dal perimetro del divieto.
C'è poi un confine tecnico delicato. La proibizione si applica all'inferenza emotiva basata su dati biometrici; restano in una zona più sfumata i sistemi che deducono stati interiori per vie diverse. La distinzione tra "il candidato sta sorridendo" (osservazione lecita) e "il candidato è felice" (inferenza vietata) appare netta sulla carta, ma nella pratica quotidiana dei prodotti digitali la linea è molto più sottile.
Il risultato è un quadro a geometria variabile: solide protezioni in alcuni contesti, ampie aree ancora poco coperte in altri.
La frontiera dei neurodati
Lo strato più profondo della telemetria umana è anche quello dove le istituzioni stanno ancora cercando la propria posizione: i neurodati, le informazioni generate dall'attività cerebrale e raccolte da elettroencefalografi indossabili e interfacce cervello-computer. Qui non si tratta più di interpretare un comportamento esterno, ma di leggere il segnale alla sua sorgente.
Le istituzioni europee hanno iniziato a muoversi. Il Garante europeo della protezione dei dati (EDPS) ha dedicato ai neurodati un proprio TechDispatch nel 2024, riconoscendoli come categoria particolarmente sensibile. Il Servizio di ricerca del Parlamento Europeo (EPRS) ha pubblicato, sempre nel 2024, uno studio sulla protezione della privacy mentale, ammettendo con onestà che il modo in cui eventuali neurodiritti andrebbero regolati non è ancora chiaro. È inoltre prevista l'istituzione di un panel parlamentare dedicato all'etica della neurotecnologia, con il compito di valutare se servano standard specifici.
Il nodo è che il diritto vigente è stato pensato per dati che identificano o tracciano, non per dati che rivelano l'interiorità. Un dato neurale può esporre stati mentali, emozioni e intenzioni: una categoria per cui le tutele esistenti, dal GDPR alle convenzioni del Consiglio d'Europa, offrono appigli ma non una risposta compiuta. Sul versante dei consumatori il problema è concreto, non teorico: una rilevazione del 2024 segnala che la grande maggioranza dei dispositivi neurotech di consumo riserva nei propri termini contrattuali il diritto di rivendere a terzi i pattern cerebrali, sia pure anonimizzati.
Chi ha già affrontato il problema
La riflessione non nasce oggi. Sul piano concettuale, già nel 2017 i ricercatori Marcello Ienca e Roberto Andorno proposero l'idea di neurodiritti, sostenendo che i diritti umani esistenti potrebbero non bastare di fronte alle neurotecnologie. La studiosa Nita Farahany, dell'Università Duke, ha portato nel dibattito pubblico il concetto di libertà cognitiva: il diritto di pensare senza essere sorvegliati né manipolati.
Sul piano giuridico, il caso più citato arriva da lontano. Nel 2023 la Corte Suprema del Cile ha emesso una sentenza considerata pionieristica contro un'azienda produttrice di dispositivi EEG di consumo, affrontando per la prima volta la questione se i neurodati debbano essere protetti come categoria a sé. Il Cile ha persino avviato una modifica costituzionale in tal senso. Sono segnali che il tema ha superato i confini dell'accademia ed è entrato nelle aule dei tribunali e nei parlamenti.
L'alveare e l'individuo
Fin qui i fatti. Ma la telemetria umana non è soltanto una questione regolatoria: è l'ultima forma di una tensione molto più antica, quella tra l'individuo e la struttura che lo contiene. Vale la pena guardarla con una lente filosofica, perché le leggi possono fissare confini ma non possono rispondere alla domanda che sta sotto.
Le grandi transizioni socio-culturali, nella storia, non sono mai indolori per chi le attraversa. Ogni svolta epocale ridisegna ciò che diamo per scontato, e questo ridisegno fa male agli individui prima ancora che produca i suoi frutti collettivi. La telemetria umana è una di queste svolte: cambia in profondità il rapporto tra ciò che di noi è osservabile e ciò che resta nostro. Da qui nasce una resistenza comprensibile, che ha al fondo una paura precisa — quella di essere privati della libertà individuale.
L'immagine dell'alveare e del formicaio aiuta a capire cosa è in gioco. Sono strutture sociali di efficienza straordinaria, dove però la libertà del singolo non esiste come la intendiamo noi: ci si muove dentro regole, ruoli, flussi. Non è un destino verso cui stiamo scivolando, ma una lente: il formicaio ci ricorda che appartenenza ed efficienza collettiva si pagano sempre con una quota di individualità. La domanda non è se diventeremo un alveare, ma quale sia il compromesso che siamo disposti ad accettare, e a quali condizioni.
Su questo si innesta un'ulteriore constatazione davvero difficile da aggirare (lo dico da essere umano prima e da informatico dopo): l'evoluzione tecnologica non si lascia fermare. Chi prova a sottrarsene del tutto — gli individui ai margini, fuori dalle reti — conserva forse una libertà più piena, ma a un prezzo personale altissimo, fatto di isolamento e di rinuncia. È una tensione che non si scioglie con una formula. Resta lì, scomoda, e va abitata più che risolta.
Qui la sollecitazione del Ravensmore Club e ai suoi accoliti... forse proprio il fatto che la tecnologia non si possa fermare rende più urgente, e non meno, la domanda su cosa intendiamo proteggere.
Una domanda più antica della tecnologia
Tutto, alla fine, ci riporta a un interrogativo elementare e insieme vertiginoso: cos'è la libertà? È l'assenza di osservazione? La possibilità di agire in modo non prevedibile? Il diritto di custodire uno strato di sé che nessuno strumento può leggere? Sono domande a cui rispondiamo con difficoltà non perché siamo distratti, ma perché non hanno una risposta unica — e mai l'hanno avuta.
Le istituzioni europee stanno facendo la loro parte: tracciano linee rosse, studiano i neurodati, provano a dare un nome giuridico a ciò che prima non ne aveva. È un lavoro necessario, e conoscerlo è già un atto di consapevolezza. Ma nessuna norma potrà mai rispondere al posto nostro alla domanda sulla libertà, perché quella domanda non è tecnica né legale: è personale. Le leggi possono proteggere uno spazio; spetta a ciascuno decidere cosa farne.
Restare informati, in questo senso, non è un dovere civico astratto: è il primo modo concreto di tenere aperta una domanda che vale la pena non chiudere troppo in fretta.
Fonti
- Commissione Europea — Navigating the AI Act, Shaping Europe's digital future (digital-strategy.ec.europa.eu)
- Commissione Europea — Guidelines on prohibited artificial intelligence practices, C(2025) 884 final, febbraio 2025
- Parlamento Europeo & Consiglio — Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), Articolo 5
- European Data Protection Supervisor (EDPS) — TechDispatch #1/2024: Neurodata, giugno 2024
- European Parliamentary Research Service (EPRS) — The Protection of Mental Privacy in the Area of Neuroscience, luglio 2024
- Future of Privacy Forum — Red Lines under the EU AI Act: Prohibited AI Practices and their Interplay with the GDPR, DSA, 2026
- Cornejo-Plaza, Cippitani & Pasquino — Chilean Supreme Court ruling on the protection of brain activity: neurorights, personal data protection, and neurodata, Frontiers in Psychology, 2024
- Ienca, M. & Andorno, R. — Towards new human rights in the age of neuroscience and neurotechnology, 2017
- Farahany, N. — The Battle for Your Brain: Defending the Right to Think Freely in the Age of Neurotechnology, 2023
- Considerati — Neurotechnology in the EU: Balancing Innovation with Rights-based Regulation, 2025