Forse siamo di fonte ad un nuovo "logos"

C'è un film che esce nelle sale proprio in questi giorni — Backrooms, debutto alla regia di un ventenne, distribuito da A24 — e racconta l'angoscia dell'esistenza senza quasi pronunciare una parola: corridoi infiniti, moquette gialla, il ronzio dei neon, lo spazio che dovrebbe essere familiare e invece diventa radicalmente estraneo. È orrore fenomenologico: non descrive l'inquietudine, la produce direttamente nello spettatore. Duemilacinquecento anni fa la stessa domanda — cosa significa esistere, cosa rende un luogo abitabile o ostile — si affrontava con periodi sintattici lunghissimi, dialoghi serrati, costruzioni concettuali che chiedevano anni di studio. Lo stesso problema, due strumenti opposti. Questa distanza non è un dettaglio estetico: segnala uno spostamento del logos stesso, dello strumento con cui una civiltà pensa ad alta voce.

La metafora non semplifica: costruisce

L'intuizione più diffusa è che la comunicazione moderna ricorra alla metafora perché le immagini sono più facili delle idee astratte. È vero il contrario, e capovolgere l'ordine causale cambia tutto. Le scienze cognitive degli ultimi decenni hanno mostrato che il pensiero umano è già metaforico alla radice. Diciamo «ho perso tempo», «investo tempo», «mi resta poco tempo» perché pensiamo il tempo attraverso lo schema della risorsa economica. La metafora non traduce un concetto già formato in una versione digeribile: costruisce il concetto in primo luogo. Non esiste un tempo pre-metaforico che poi semplifichiamo — lo afferriamo solo attraverso lo spazio, il movimento, la quantità.

Per questo la comunicazione contemporanea diventa sempre più figurata: non per pigrizia, ma perché deve rendere maneggiabile un'astrazione crescente — algoritmi, finanza, clima, reti neurali — e l'unico aggancio disponibile resta il corpo. «Il cloud» non sta in cielo, ma quella metafora permette di pensare un'infrastruttura altrimenti impensabile. C'è però un doppio fondo: ogni metafora illumina nascondendo. Dire «il dibattito è una guerra» rende visibili attacco, difesa, vittoria — e rende invisibile l'ipotesi che una discussione sia danza, collaborazione, costruzione comune. Chi controlla le metafore dominanti orienta, in silenzio, ciò che diventa pensabile.

I logos si succedono, non si annullano

Qui conviene abbandonare l'idea che esista un logos eterno e riconoscere che esistono logos al plurale, strumenti di pensiero che si succedono adattandosi al proprio ambiente cognitivo: l'oralità omerica, la scrittura alfabetica, la stampa, e oggi l'immagine in movimento. Ognuno ha riorganizzato non solo come comunichiamo, ma cosa è possibile pensare. E ognuno, al suo apparire, è stato accolto come una minaccia.

Vale la pena ricordare che Platone, nel Fedro, temeva che la scrittura avrebbe indebolito la memoria e ucciso il dialogo vivo: un sapere depositato su un supporto morto, incapace di rispondere a chi lo interroga. Temeva della scrittura esattamente ciò che oggi molti temono dell'immagine e dello schermo. Aveva torto e ragione insieme — la scrittura distrusse qualcosa (la memoria orale, la presenza viva del maestro) e generò altro (la persistenza, l'archivio, la possibilità di confutare un morto). È il modello di ogni transizione di logos: nessuna è un puro guadagno.

L'immagine cinematografica appartiene a pieno titolo a questa successione. Non è un sotto-linguaggio né una scorciatoia: ha una sintassi, un lessico, una filologia. Un film dialoga col canone, lo cita, lo nega esteticamente. Lo scambio tra immagini esiste, ed è errore liquidarlo come semplice giustapposizione di atmosfere. L'immagine è davvero un nuovo logos. La questione — quella sotto la domanda — è un'altra: è un logos che conserva tutte le operazioni dei precedenti?

La confutazione non chiede presenza, chiede un deposito stabile

Un'obiezione frequente: la filosofia richiederebbe il dialogo dal vivo, faccia a faccia. È una fantasia romantica e va abbandonata. Aristotele non ha mai incontrato i suoi contestatori, eppure è stato confutato per due millenni. Galileo smonta la fisica aristotelica senza scambiare una parola con Aristotele. La dialettica reale è quasi sempre differita: morti che rispondono ad altri morti attraverso i secoli. La co-presenza non c'entra.

Ma allora come Galileo confuta Aristotele? Riprendendo le sue proposizioni — «i corpi pesanti cadono più veloci» — e opponendovi asserzioni contrarie verificabili. La confutazione differita funziona perché il logos testuale lascia un deposito stabile e isolabile: una tesi che resta ferma, riafferrabile e attaccabile dal punto esatto in cui è stata lasciata. Non serve la presenza; serve la persistenza isolabile dell'asserzione. Questo è il vero perno.

Ed è qui che l'immagine mostra il suo limite. Posso girare un video che genera angoscia; un altro può girarne uno che genera serenità — ma il secondo non confuta il primo, gli sta semplicemente accanto. Due atmosfere non si contraddicono: coesistono. L'immagine è un logos additivo, non dialettico: accumula, non risolve. Sa affermare, evocare, contagiare con una potenza che la parola non ha mai avuto — ma non possiede l'operazione di negazione isolabile. È un linguaggio che, per ora, non sa dire no. E un linguaggio che non sa dire no non genera dialettica: genera consenso, oppure silenzio.

Il baratto nascosto: persuasione contro verità

Si potrebbe replicare che lo scambio tra immagini esiste comunque: io ti mostro la mia visione, tu la tua, finché l'ultimo desiste. Vero. Ma con quale criterio qualcuno desiste? Nel logos testuale cede chi viene mostrato falso o contraddittorio: il giudice è esterno — la coerenza, l'evidenza. Nel logos dell'immagine cede chi viene mostrato meno potente, meno bello, meno contagioso: il giudice diventa l'efficacia affettiva, la capacità di «parlare direttamente al cuore».

Ma parlare al cuore non equivale ad avere ragione. È esattamente la distinzione che i Greci tracciavano con precisione chirurgica tra peithó — la persuasione — e alétheia — la verità. Due cose diverse, e la storia trabocca di menzogne magnificamente persuasive che hanno fatto desistere verità raccontate male. C'è poi una trappola dentro la metafora stessa della «selezione naturale» del logos più efficace: la selezione naturale non premia il vero, premia l'adatto. L'evoluzione non produce l'organismo giusto, ma quello che sopravvive nell'ambiente dato. Applicata fino in fondo, quella metafora dice che vincerà non il logos che scava più a fondo nell'esistenza, ma quello più adatto all'ambiente attentivo dell'epoca — oggi: velocità di presa, impatto immediato, scroll. E velocità di presa e profondità di scavo sono spesso in conflitto.

Ogni nuovo logos guadagna una potenza e perde un'operazione. La scrittura conquistò la persistenza e perse la presenza viva. L'immagine ha conquistato l'immediatezza affettiva e ha indebolito la negazione isolabile.

L'intelligenza artificiale come logos che si interroga

Se i logos si succedono e ciascuno reintroduce, trasformata, un'operazione che il precedente aveva perso, la domanda diventa inevitabile: quale logos verrà dopo l'immagine? Il candidato più serio è l'intelligenza artificiale generativa. E la sua novità è di natura diversa da tutte le precedenti. Oralità, scrittura, stampa, immagine erano strumenti che gli esseri umani usavano per pensare. L'IA è il primo candidato a logos che, in qualche misura, pensa anche da sé — o lo simula in modo abbastanza convincente da alterare la natura dello scambio.

Negli altri logos la negazione la fornivi tu: tu confutavi Aristotele, tu opponevi immagine a immagine. Con l'IA, lo strumento può generare sia la tesi sia la sua negazione. È precisamente ciò che cercavamo — un medium capace di reintrodurre la confutazione, l'élenchos socratico, dentro un flusso che sa anche evocare e mostrare. Ma è anche la trappola più sottile. Un logos che produce da sé le proprie obiezioni rischia di restituire la sensazione della dialettica senza il suo attrito reale: una confutazione addomesticata, su misura, che non ferisce mai davvero. Il contraddittore perfetto è anche il più innocuo.

L'IA potrebbe quindi essere il primo logos che reintroduce la negazione e la svuota nello stesso gesto: restituisce l'operazione che l'immagine aveva perso, ma in una forma così accomodante da non produrre più vera dissonanza — solo il suo simulacro confortevole. Vale la pena dirlo apertamente, con una punta di onestà scomoda: questo stesso testo è prodotto da quel logos. L'obiezione che hai appena letto te l'ha servita lo strumento, già pronta, senza che tu dovessi sudarla. E la facilità con cui te l'ha offerta è esattamente il sintomo da sorvegliare.

La domanda che resta aperta

Non si tratta di stabilire quale logos vinca, né di rimpiangere la parola complessa dei Greci come fosse un paradiso perduto. Ogni transizione è un baratto, mai un puro progresso e mai un puro declino. La generazione che incontra l'angoscia esistenziale attraverso l'estetica liminale di un film, anziché attraverso Kierkegaard, ha un accesso più rapido all'esperienza del problema — e un accesso più povero agli strumenti per lavorarci sopra. Sente prima e meglio; pensa il sentito con meno presa.

La domanda da tenere aperta, quella che nei giorni successivi cambia silenziosamente il modo di leggere una notizia, un film, una conversazione, è questa: cosa stiamo barattando, ogni volta, senza accorgercene? Forse l'immagine non è affatto il nuovo logos, ma il ritorno trionfale della retorica nella forma più potente che abbia mai avuto: persuasione senza obbligo di prova. E forse l'IA non sarà il logos che ci restituisce la verità, ma quello che ci offre il più perfetto dei contraddittori — così perfetto da non disturbarci mai. La posta in gioco non è tecnologica. È se conserveremo la capacità, sempre più rara, di tollerare una negazione che non abbiamo scelto noi.

Fonti

  • George Lakoff, Mark Johnson, Metaphors We Live By, The University of Chicago Press, Chicago, 1980 (ed. aggiornata 2003). ISBN 978-0226468013.
  • Platone, Fedro (mito di Theuth e critica alla scrittura, 274c–275b).
  • Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus (1921), proposizione 7.
  • Aristotele, Confutazioni sofistiche (sull'élenchos), in Organon.
  • Treccani, voci logos e retorica, Enciclopedia Italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana.
  • Backrooms (film, 2026), regia di Kane Parsons, A24. Uscita nelle sale: 29 maggio 2026.
Autore

Giorgio Carrozzini

Pubblicato il 28/05/2026 alle 20:44

Articoli Correlati

Un viaggio tra le dispute del filosofo e i grandi fraintendimenti del suo pensiero
Tra i due litiganti, il terzo è Nietzsche
18 Aug 2026
Erbe, natura e naturalismo filosofico
Appunti sul naturalismo in filosofia
09 Aug 2026
Fissità e Movimento
L’inutile ricerca del fondamento. Ma facciamo un tentativo…
24 Jul 2026