L’inutile ricerca del fondamento. Ma facciamo un tentativo…

C'è un momento, in ogni ricerca semi-seria, in cui ci si accorge che un terreno solido sotto i piedi non arriva mai. Si cerca un principio primo — dell'esistenza, della conoscenza, di qualunque cosa — e ogni volta che sembra di averlo afferrato, quel principio chiede a sua volta di essere fondato.

È un'esperienza frustrante. È anche, se la si guarda bene, l'informazione più utile che si possa ricevere.

La reazione istintiva è cercare comunque un punto d'appoggio. Qualcosa di fermo. Una posizione da cui guardare il resto senza doverla continuamente rimettere in discussione. Un principio primo lo si può scegliere ma non lo si può dimostrare.

Chiamiamola pure zona di comfort epistemica: quel luogo mentale dove le convinzioni non vengono più esaminate perché hanno smesso di sembrare convinzioni e hanno cominciato a sembrare fatti.

Questa riflessione parte da un sospetto controintuitivo: che quel luogo apparentemente sicuro sia il posto più pericoloso in cui una mente possa stabilirsi.

Il fondamento è un problema antico come l'uomo

Concentriamoci un attimo: basterebbe ricordare che l'impossibilità di fondare definitivamente la conoscenza non è una scoperta recente né un cedimento contemporaneo. È un problema formulato con precisione chirurgica quasi duemila anni fa.

Sesto Empirico, raccogliendo la tradizione scettica, riporta i cosiddetti tropi di Agrippa: ogni tentativo di giustificare un'affermazione finisce in una di tre direzioni. O si regredisce all'infinito, perché ogni ragione ne richiede un'altra. O si gira in circolo, perché la ragione finisce per appoggiarsi a ciò che doveva dimostrare. O ci si ferma per decisione, assumendo qualcosa senza giustificarlo. Tre uscite, tutte insoddisfacenti.

Hans Albert ha riformulato la stessa struttura nel Novecento chiamandola trilemma di Münchhausen, con un'immagine efficace: il barone che pretende di tirarsi fuori dalla palude sollevandosi per il proprio codino. Il punto non è retorico. È che la fondazione ultima non è difficile — è strutturalmente indisponibile.

Riconoscerlo non è resa. È smettere di spendere energia in una direzione che non porta da nessuna parte, e chiedersi cosa si possa fare con quella energia liberata.

La stabilità che nasce dal movimento

Se il punto fermo non c'è, la tentazione è concludere che non ci sia nulla. È un errore di prospettiva: si continua a cercare la consistenza dove non è, invece di riconoscerla dove effettivamente si manifesta.

Un ciclista sta in piedi perché avanza. Non nonostante il movimento: per il movimento. Fermarlo significa farlo cadere. La stabilità, in quel caso, non è l'assenza di dinamica ma il suo prodotto. È una stabilità che esiste solo in quanto processo.

Alfred North Whitehead ha costruito su questa intuizione un'intera metafisica: la realtà non è fatta di sostanze che occasionalmente cambiano, ma di processi che occasionalmente sembrano stabili. L'inversione è radicale. La permanenza diventa un caso particolare del divenire, non il contrario.

Anche Eraclito viene spesso convocato a questo punto, e conviene farlo con una certa onestà filologica. Il celebre panta rhei non compare nei frammenti che ci sono giunti: è una sintesi che risale a Platone. Quello che Eraclito dice davvero è più interessante e meno rassicurante — che il conflitto è padre di tutte le cose, e che l'armonia nasce dalla tensione tra opposti, come nell'arco e nella lira. Non un fluire pacifico, ma una struttura tenuta insieme dalla forza contraria. Che è, esattamente, come funziona un dialogo che valga qualcosa.

Bergson aggiunge un tassello: l'intelletto, dice, tende a spazializzare il tempo, a trasformare la durata in una sequenza di istantanee immobili perché è così che sa maneggiarla. Il fissismo, in altre parole, non è solo una preferenza caratteriale. È una deformazione professionale della mente.

Perché il comfort è subdolamente pericoloso

Eeee beh ragazzi qui la riflessione diventa scomoda, ed è giusto che lo sia.

L'essere umano cerca istintivamente punti fissi, sarà la sua pigrizia? Ecco certamente non per debolezza, ma per economia cognitiva: una convinzione che non va più esaminata libera risorse per altro. Il problema è che quella convinzione, smettendo di essere esaminata, cessa anche di essere verificata — e continua a operare come se lo fosse.

Charles Sanders Peirce ha dato a questo fenomeno un nome tecnico. Nel suo saggio sui modi di fissare la credenza descrive il metodo della tenacia: si tiene ferma un'opinione semplicemente evitando tutto ciò che potrebbe scuoterla. Funziona, per un po'. Poi la realtà arriva comunque, e chi ha praticato la tenacia si trova senza strumenti perché non ne ha mai avuto bisogno.

John Stuart Mill lo aveva formulato ancora prima con un'espressione che resta insuperata: un'opinione che non viene mai contestata degenera in dogma morto anziché restare verità vivente. Chi la sostiene finisce per non saper più dire perché la sostiene. Ne conosce la conclusione ma ha perso le ragioni.

La posizione che nessuno attacca non diventa più solida. Diventa più fragile, e non se ne accorge.

Nassim Taleb (Antifragile) ha esteso l'argomento oltre il dominio delle idee: ciò che viene protetto dallo stress si atrofizza. Muscoli, sistemi, organizzazioni, convinzioni. La protezione totale non produce robustezza — produce fragilità nascosta, quella che si rivela solo al primo urto vero, quando è tardi per rimediare.

È qui che il paradosso si chiude: la zona di comfort è pericolosa proprio perché è confortevole. Il segnale di allarme è assente per costruzione.

Dal soggetto al metodo: la correzione necessaria

C'è un passaggio che va fatto con cura, perché è dove ragionamenti come questo di solito scivolano.

La tentazione è dire: ciò che è dinamico è evolutivo, e ciò che è evolutivo sopravvive per natura. Suona bene. Ma non regge, per due motivi. Il primo è che l'affermazione rischia la circolarità — sopravvive ciò che è adatto a sopravvivere. Il secondo è più serio: l'evoluzione non seleziona la verità, seleziona la sopravvivenza. Un'illusione utile può prosperare per secoli, e spesso lo fa.

La correzione consiste nello spostare il soggetto della frase. Non è l'idea dinamica a sopravvivere perché vera. È il metodo che produce risultati:

Il metodo che espone le proprie idee alla confutazione produce, nel tempo, un patrimonio di idee più resistenti.

Non verità garantita. Verosimiglianza crescente per eliminazione. È la mossa di Popper, e la sua forza sta nel non promettere più di quanto possa mantenere: le teorie migliori non sono quelle che si difendono meglio, ma quelle che rischiano di più e resistono comunque. Una teoria che non potrebbe mai essere smentita da nulla non è invulnerabile — è vuota.

Questo sposta l'attenzione da cosa credo a come tratto ciò che credo. Ed è una differenza pratica, non accademica: cambia cosa si fa la mattina dopo aver incontrato un'obiezione seria.

Fissità non è stabilità: una distinzione doverosa!

Si esatto, una precisazione necessaria, altrimenti tutto questo rischia di autodistruggersi.

Negare ogni punto fermo sarebbe insensato — e operativamente impossibile. Nessuno ragiona ripartendo da zero ogni volta. Esistono punti provvisoriamente fermi: assunzioni che reggono finché reggono, e che si tengono non perché siano indubitabili ma perché non sono ancora state confutate.

La distinzione è tra fissità e stabilità. La fissità è la pretesa di essere fuori discussione. La stabilità è la condizione di ciò che ha retto finora ed è ancora esposto. Il valore di un punto fermo, paradossalmente, sta proprio nel restare raggiungibile dalle obiezioni.

Thomas Kuhn aggiunge qui una complicazione interessante che sarebbe un peccato omettere. La sua ricostruzione della scienza mostra che i periodi di stabilità paradigmatica non sono tempo perso: sono produttivi. Nessuno risolverebbe mai un problema difficile se rimettesse in discussione i fondamenti a ogni passo. Il dogmatismo temporaneo ha una sua funzione, una sua utilità.

Il che significa che l'argomento non è "mai fermarsi", ma qualcosa di più sottile: fermarsi sapendo di essersi fermati. La differenza tra un accampamento e una casa.

Un lettore attento avrà già formulato l'obiezione decisiva: se nulla è definitivo, questa affermazione è definitiva? Beh chi lo sa....

La risposta scorretta è aggirarla. Quella corretta è incorporarla: anche il principio del dinamismo è esposto alla revisione. Non è un'eccezione al proprio criterio, è il suo primo caso applicativo.

Questa non è un'ammissione di debolezza — è ciò che distingue il fallibilismo dal relativismo. Il relativista dice che tutte le posizioni valgono uguale e quindi nessuna merita discussione. Il fallibilista dice l'opposto: le posizioni non valgono uguale, e proprio per questo vale la pena discuterle. La discussione è lo strumento che le distingue.

Dire "posso sbagliarmi" non equivale a dire "non importa chi ha ragione". Equivale a dire che importa abbastanza da volerlo verificare.

Il dialogo come conseguenza logica

Da tutto questo discende qualcosa di operativo, che è poi il punto per cui vale la pena averlo scritto.

Se la verità non è un punto ma un processo, il dialogo tra menti diverse non è un modo piacevole di avvicinarsi alla verità. È l'unico disponibile. Non un'opzione tra altre — una necessità logica derivata dalle premesse.

Ed è qui che si capisce perché una prospettiva che disturba nel modo giusto valga più di una che conferma. La conferma non aggiunge informazione: si sapeva già. L'obiezione ben posta, invece, fa esattamente il lavoro che nessun ragionamento solitario riesce a fare — perché le proprie zone cieche sono, per definizione, invisibili a chi le possiede. Servono altri occhi, e servono occhi diversi.

Questo trasforma anche la natura del disaccordo. Smette di essere un ostacolo alla comprensione e diventa lo strumento della comprensione. Chi porta un'obiezione non sta rallentando il lavoro: lo sta facendo.

Ne discende una conseguenza pratica sul modo di chiudere un ragionamento. Una conclusione che sigilla il discorso comunica implicitamente che non c'è altro da dire, e questo — se le premesse sono corrette — è quasi sempre falso. Una domanda aperta comunica il contrario: che il testo è un contributo esposto, non una sentenza. La forma dice qualcosa sul contenuto, sempre.

Cosa resta quando non resta un fondamento

Resta il metodo. Che è meno di un fondamento e, curiosamente, più utile.

Un fondamento, se esistesse, andrebbe difeso — e ogni energia spesa a difenderlo sarebbe sottratta al pensare. Un metodo va invece praticato, e la sua pratica coincide con il lavoro stesso. La differenza non è teorica: chi difende un fondamento teme le obiezioni, chi pratica un metodo le cerca.

Resta una forma di libertà poco pubblicizzata, che consiste nel non dover necessariamente avere ragione. Chi ha rinunciato al fondamento ultimo ha rinunciato anche all'obbligo di sostenerlo. Può ascoltare senza sentirsi sotto assedio, cambiare idea senza sentirsi sconfitto, tenere aperte più ipotesi contemporaneamente senza che questo produca ansia.

Non è una posizione debole: è una posizione mobile, che è cosa diversa.

E resta il fatto che questa riflessione, per essere coerente con se stessa, non può chiudersi. Il che porta alla domanda che la attraversa dall'inizio senza essere mai stata posta direttamente:

Quale delle convinzioni che oggi consideri più solide non hai più sottoposto a verifica — e da quanto tempo?

La risposta, se è onesta, è raramente confortevole. Ma è precisamente lì che si trova il lavoro ancora da fare.

Fonti

  • Sesto Empirico, Schizzi pirroniani (Πυρρώνειοι ὑποτυπώσεις), II–III sec. d.C., libro I — esposizione dei cinque tropi di Agrippa.
  • Eraclito di Efeso, frammenti B51 e B53 (edizione Diels-Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, 1903). Sull'attribuzione del panta rhei: Platone, Cratilo 402a.
  • Charles Sanders Peirce, The Fixation of Belief, in «Popular Science Monthly», vol. 12, novembre 1877, pp. 1–15.
  • John Stuart Mill, On Liberty, John W. Parker & Son, Londra 1859, capitolo II.
  • Henri Bergson, L'évolution créatrice, Félix Alcan, Parigi 1907.
  • Alfred North Whitehead, Process and Reality: An Essay in Cosmology, Macmillan, New York 1929 (Gifford Lectures, Università di Edimburgo, 1927–28).
  • Karl R. Popper, Logik der Forschung, Julius Springer, Vienna 1934; ed. inglese The Logic of Scientific Discovery, Hutchinson, Londra 1959.
  • Karl R. Popper, Conjectures and Refutations: The Growth of Scientific Knowledge, Routledge & Kegan Paul, Londra 1963.
  • Thomas S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, University of Chicago Press, Chicago 1962.
  • Hans Albert, Traktat über kritische Vernunft, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), Tubinga 1968 — formulazione del trilemma di Münchhausen.
  • Nassim Nicholas Taleb, Antifragile: Things That Gain from Disorder, Random House, New York 2012.
Autore

Giorgio Carrozzini

Pubblicato il 24/07/2026 alle 10:27

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