C'è un numero che Sabino Cassese cita quasi in silenzio, all'inizio di Come si misura una democrazia, e che pesa più di qualsiasi analisi elettorale. La partecipazione politica degli italiani è crollata. L'iscrizione ai partiti, che negli anni Cinquanta coinvolgeva milioni di persone, oggi riguarda una frazione minima della popolazione. Non è un dato tecnico. È il segnale che qualcosa di strutturale si è rotto nel rapporto tra cittadini e democrazia italiana. E che nessuno, nel dibattito pubblico corrente, sembra davvero disposto ad affrontarlo.
Il numero che nessuno vuole vedere
Nel dopoguerra italiano, i grandi partiti di massa — la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano — contavano insieme oltre quattro milioni di iscritti. Erano strutture capillari che penetravano nel tessuto sociale: sezioni di quartiere, circoli, cooperative, associazioni. La partecipazione politica non era un atto individuale e sporadico — era una pratica collettiva e continuativa.
Oggi i principali partiti italiani contano iscritti nell'ordine delle poche decine di migliaia. L'associazionismo politico ha perso la sua massa critica. Secondo i dati dell'Istituto Cattaneo, tra il 1990 e il 2020 la quota di italiani iscritti a un partito è scesa dal 9,7% a meno dell'1,5% della popolazione adulta. Non si tratta di un aggiustamento fisiologico. Si tratta di una crisi democratica silenziosa, che avanza mentre l'attenzione pubblica è altrove.
Parallelamente, l'astensionismo elettorale ha raggiunto livelli storici. Alle elezioni politiche del 2022, per la prima volta nella storia repubblicana, meno del 64% degli aventi diritto si è recato alle urne. Un dato che avrebbe dovuto aprire un dibattito costituente. È rimasto, per lo più, una nota a margine.
I partiti come corpo intermedio: una funzione costituzionale svuotata
L'articolo 49 della Costituzione italiana è lapidario: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.» I partiti non sono semplici strumenti elettorali. Sono, nella visione dei costituenti, corpi intermedi attraverso cui i cittadini esercitano sovranità in modo continuativo — non solo il giorno del voto.
Cassese insiste su questo punto con precisione chirurgica. Quando i partiti si svuotano di iscritti e si trasformano in comitati elettorali personali, la partecipazione democratica perde il suo canale istituzionale principale. Rimane il voto — atto puntuale, irripetibile, spesso ridotto a scelta tra alternative che il cittadino non ha contribuito a costruire. La distanza tra eletti ed elettori non è una percezione: è una struttura.
Il paradosso che Cassese illumina è questo: più i partiti si sono professionalizzati e mediatizzati, meno hanno avuto bisogno dei loro iscritti. La televisione prima, i social media poi, hanno reso possibile la comunicazione di massa senza organizzazione di massa. Il risultato è una classe politica sempre più autoreferenziale, senza il contrappeso di una base che la nutre e la corregge.
La diagnosi di Cassese: democrazia senza radici sociali
Ciò che rende il pensiero di Cassese prezioso è il rifiuto di qualsiasi consolazione ideologica. Non scarica la colpa su «i politici» o sulla «corruzione del sistema». Fa qualcosa di più difficile: misura. Confronta indicatori, compara con altre democrazie europee, e restituisce un quadro che non lascia scampo a nessun partito.
La sua diagnosi fondamentale è che la democrazia italiana ha perso progressivamente il suo radicamento sociale. I partiti non formano più cittadini. Non aggregano interessi diffusi. Non producono classe dirigente per selezione interna. Diventano, nella migliore delle ipotesi, agenzie di consenso; nella peggiore, macchine di potere senza legittimazione popolare reale.
Questo non è un problema morale. È un problema funzionale. Una democrazia che non riesce a trasformare la partecipazione civica in rappresentanza autentica produce decisioni che nessuno sente proprie, riforme che nessuno difende, istituzioni che nessuno presidia. Il deficit di impegno politico non è un sintomo di pigrizia collettiva: è la risposta razionale di cittadini che non percepiscono più un collegamento reale tra la propria voce e le scelte pubbliche.
Dal disimpegno civico al vuoto rappresentativo
C'è una conseguenza che Cassese nomina con particolare lucidità: il crollo della partecipazione politica non lascia un vuoto neutro. Lascia uno spazio che viene occupato — da gruppi di pressione organizzati, da lobbies economiche, da minoranze attive e spesso estreme. Chi si disimpegna non smette di essere governato: smette di influenzare chi lo governa.
Il fenomeno del populismo, in questa lettura, non è una causa ma un effetto. Nasce dalla rottura del circuito di rappresentanza che i partiti di massa garantivano. Quando i corpi intermedi si indeboliscono — partiti, sindacati, associazioni professionali, organizzazioni civiche — il rapporto politico tende a diventare diretto e grezzo: leader e folla, senza mediazioni. È una forma di democrazia, ma impoverita.
L'Eurobarometro documenta che l'Italia è stabilmente tra i paesi europei con il livello più basso di fiducia nelle istituzioni politiche. Non è cinismo: è il sedimento di decenni in cui la distanza percepita tra istituzione e cittadino non ha fatto che crescere.
Partecipare oltre il voto: un problema ancora aperto
Cassese non si limita alla diagnosi. Propone indicatori, suggerisce riforme, guarda a modelli comparativi. Ma la domanda che lascia aperta — quella più produttiva — è questa: quali forme di partecipazione politica sono ancora possibili nella democrazia del XXI secolo?
Le democrazie più solide del Nord Europa mostrano che il declino dell'iscrizione partitica tradizionale non è inevitabilmente irreversibile, se compensato da altre forme di coinvolgimento civico: consultazioni pubbliche strutturate, bilanci partecipativi, assemblee deliberative di cittadini estratti a sorte. Non sono ricette magiche. Sono strumenti che presuppongono una cultura istituzionale ancora da costruire in Italia.
Il nodo che Cassese mette a fuoco con precisione è che la partecipazione democratica non si decreta. Richiede infrastrutture — organizzative, culturali, istituzionali. E richiede che i cittadini percepiscano quella partecipazione come efficace: capace cioè di produrre un cambiamento reale nelle decisioni collettive. Senza questa percezione, l'invito a «impegnarsi» resta retorica.
Quello che rimane da pensare
Il contributo più prezioso di Cassese non è la proposta di soluzioni, ma la qualità delle domande che pone. Come si misura davvero la salute di una democrazia? Solo con il dato elettorale, o anche con la densità dell'associazionismo civico, con la qualità della rappresentanza, con la capacità delle istituzioni di essere permeabili alla voce dei cittadini?
Per chi vive su più piani simultaneamente — imprenditore, professionista, persona che costruisce qualcosa nel proprio contesto — questa non è una questione astratta. Le regole del gioco democratico determinano le condizioni entro cui si lavora, si decide, si costruisce. Una democrazia svuotata di partecipazione politica reale produce instabilità normativa, classi dirigenti non selezionate per merito, istituzioni che non presidia nessuno.
La sfida che Cassese lascia aperta non è come «salvare la democrazia» in senso retorico. È come ricostruire il collegamento concreto tra cittadino e decisione pubblica, in un'epoca in cui i vecchi canali di trasmissione si sono rotti e quelli nuovi non sono ancora stati inventati.
«La democrazia non è un dato acquisito. È un equilibrio instabile che richiede manutenzione continua.» — Sabino Cassese, Come si misura una democrazia
Fonti
- Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l'Italia, Solferino, 2024
- Istituto Cattaneo, Rapporto sul declino dell'iscrizione ai partiti in Italia, Bologna, aggiornamento 2022 — www.cattaneo.org
- Ministero dell'Interno, Archivio storico delle elezioni — Affluenza alle elezioni politiche 1948–2022 — elezionistorico.interno.gov.it
- Commissione Europea, Eurobarometro Standard — Fiducia nelle istituzioni nazionali, autunno 2023 — europa.eu/eurobarometer
- Corte Costituzionale della Repubblica Italiana, Costituzione della Repubblica Italiana, art. 49 — www.cortecostituzionale.it
- ISTAT, Rapporto annuale 2023 — La situazione del paese — www.istat.it