Natura umana, legge e il referendum che ha difeso la Costituzione
L'uomo è l'unico animale che sa di poter trasgredire. E questa consapevolezza è, al tempo stesso, la sua condanna e la sua grandezza.
I. La domanda sotto la domanda
C'è una conversazione che raramente avviene ad alta voce, nemmeno tra persone di cultura. Riguarda la nostra relazione con le regole — non le regole degli altri, ma le nostre. Il modo in cui ciascuno di noi, nel corso di una giornata ordinaria, negozia silenziosamente con il confine tra ciò che è consentito e ciò che è tentato.
Non stiamo parlando dei criminali conclamati. Quelli sono la superficie visibile di un fenomeno molto più profondo e universale. Stiamo parlando della tendenza strutturale dell'essere umano a non rispettare completamente le norme — a trovare la crepa, il margine, l'eccezione — quando lo fa consapevolmente, con piena intenzione. È questa la distinzione che i giuristi chiamano mens rea: senza volontà, non c'è reato nel senso pieno. Ma è proprio la volontà il punto di partenza della riflessione più interessante.
Perché la domanda vera non è: perché gli esseri umani trasgrediscono? La domanda sotto la domanda è: come fanno a farlo rimanendo persone che si considerano per bene?
II. Tre filosofi e un assioma sbagliato
La filosofia politica occidentale ha costruito le sue fondamenta su una domanda: perché l'essere umano accetta di limitare la propria libertà? E ha risposto, per secoli, scegliendo un assioma semplice sull'uomo — e costruendo tutto il resto sopra.
Thomas Hobbes parte dall'assunto più cupo: senza legge, la vita umana è «solitaria, povera, brutale e breve». Accettiamo le regole per paura, non per convinzione morale. Il Leviatano è un patto di sopravvivenza. La conseguenza psicologica è precisa: se la legge nasce dalla paura, la si rispetta finché la paura è presente. Quando la probabilità di essere scoperti diminuisce, la compliance diminuisce con lei.
John Locke introduce qualcosa di più sottile e più pericoloso per l'ordine costituito: l'uomo ha diritti naturali preesistenti alla legge — vita, libertà, proprietà. La legge è legittima solo quando rispetta questo patto originario. Se non lo rispetta, la sua trasgressione può essere vissuta non come crimine, ma come resistenza giusta. Il trasgressore consapevole si racconta spesso esattamente questa storia.
Jean-Jacques Rousseau chiude il trittico con l'assunto opposto a Hobbes: l'uomo è naturalmente buono, è la società che corrompe. Le istituzioni cristallizzano ingiustizie invece di eliminarle. In questa lettura, chi viola certe regole può sentirsi più vicino alla volontà generale autentica di quanto non lo siano le leggi stesse.
Hobbes dà al trasgressore il calcolo. Locke gli dà la legittimità. Rousseau gli dà la morale. Insieme costruiscono il repertorio completo della giustificazione.
Il problema è che tutti e tre partono da un assioma semplice — l'uomo è cattivo, l'uomo è buono, l'uomo è libero — e costruiscono sistemi coerenti sopra premesse riduttive. La complessità reale dell'essere umano sfugge da tutte le parti.
III. Chi ha visto la contraddizione
Niccolò Machiavelli è probabilmente il primo pensatore a rifiutare l'assioma morale come punto di partenza. Non dice che l'uomo è buono o cattivo: dice che l'uomo è variabile, contraddittorio, mosso da interessi e passioni che cambiano. Il Principe non è un manuale del male — è un'analisi fredda di come funziona davvero il potere quando si smette di raccontarsi favole. È il primo pensatore sistematicamente descrittivo invece che prescrittivo.
Baruch Spinoza va ancora più in profondità. Rifiuta la distinzione tra bene e male come categorie ontologiche. Gli esseri umani non scelgono il male — si muovono sempre verso ciò che percepiscono come il proprio bene, anche quando distruggono. La libertà non è assenza di vincoli, ma comprensione profonda dei meccanismi che ci determinano. Un pensiero che anticipa di secoli la psicologia cognitiva.
Friedrich Nietzsche demolisce l'idea stessa che la morale sia naturale o universale. La morale è una costruzione storica, uno strumento di potere. Le leggi non nascono dalla giustizia — nascono dalla volontà di certi gruppi di imporre la propria forma di vita sugli altri. Chi le viola consapevolmente, a volte, non è il criminale: è chi ha visto attraverso la costruzione.
Ma è Fëdor Dostoevskij — non un filosofo in senso accademico, eppure il più preciso descrittore della contraddizione interiore umana — a toccare il punto più profondo. Raskolnikov in Delitto e Castigo non viola la legge per calcolo né per ribellione ideologica. Lo fa per verificare se stesso. La trasgressione come atto esistenziale. Come domanda sull'identità. Come esperimento sulla propria natura.
L'essere umano non ha un fondamento semplice. Ha stratificazioni — biologiche, psicologiche, culturali, storiche — che si contraddicono continuamente. Il trasgressore consapevole non è una deviazione dal modello umano. È il modello umano reso visibile.
IV. La legge come gestione dell'imperfezione
Se la tendenza a negoziare con le norme è strutturale all'essere umano, perché la giurisprudenza punisce le trasgressioni? La risposta più onesta è anche la più scomoda: la legge non punisce la natura umana. Punisce l'atto. Questa non è una sottigliezza tecnica — è una scelta filosofica di straordinaria profondità. Il diritto ha dovuto rinunciare, secoli fa, all'ambizione di cambiare l'essere umano. Si limita a costruire conseguenze per i comportamenti.
Hans Kelsen, costruendo la teoria pura del diritto nel primo Novecento, dimostra che la legge è un sistema formale separato dalla morale — ma proprio questa separazione crea il problema cruciale: chi interpreta la norma nei casi concreti introduce inevitabilmente un giudizio di valore. Il giudice non è mai neutro, anche quando crede di esserlo.
Herbert Hart introduce il concetto di «open texture» della legge: le norme hanno sempre una zona di certezza e una zona di penombra. Nei casi che cadono nella penombra, il giudice non applica — crea diritto. È una discrezionalità inevitabile, non patologica. Ronald Dworkin risponde che questa discrezionalità non è arbitraria: il giudice ha il dovere di trovare la risposta giusta bilanciando principi, non solo regole. Il suo giudice ideale — che chiama Ercole — è un essere di capacità sovrumana, capace di tenere l'intero sistema in equilibrio simultaneamente. Nessun giudice reale è Ercole. Ma l'ideale orienta.
Carl Schmitt — il più scomodo, il più tagliente — porta la riflessione al limite: nei momenti di crisi, il diritto rivela la sua natura vera. Non un sistema di regole, ma una decisione. «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione.» Il giudice nei casi limite non interpreta la legge: decide chi siamo come comunità.
E Max Weber chiude il cerchio con la distinzione che spiega tutto: legalità e legittimità non sono la stessa cosa. Una norma può essere legale ma non percepita come legittima. Quando questa frattura si allarga, il sistema entra in crisi — non perché le leggi cambino, ma perché le persone smettono di riconoscerle come vincolanti.
La funzione reale della legge non è eliminare la trasgressione. È gestirne il ritmo e la distribuzione. Nessun sistema giuridico ha mai eliminato il crimine. La legge fissa una soglia sotto la quale la convivenza è possibile — non una soglia sopra la quale l'uomo diventa buono.
V. Il referendum e la saggezza dei costituenti
Il 22 e 23 marzo 2026, gli italiani sono stati chiamati a pronunciarsi su una riforma costituzionale che avrebbe modificato in profondità l'assetto della magistratura: separazione netta delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare. Il No ha vinto con il 54% dei voti, con un'affluenza del 59% — la seconda più alta nella storia dei referendum costituzionali italiani.
Il dibattito si è svolto, come spesso accade, su due piani che raramente si sono incontrati. Quello tecnico — le ragioni giuridiche a favore e contro la separazione delle carriere, i modelli comparati, le statistiche sui passaggi effettivi di funzione — e quello politico, dove la riforma è diventata rapidamente un voto sul governo Meloni. Ma sotto entrambi i piani c'era una domanda molto più antica, che la nostra conversazione ha già esplorato: chi controlla chi detiene il potere?
La risposta che i costituenti del 1948 avevano già elaborato — molti di loro avendo vissuto sulla propria pelle cosa accade quando questa domanda viene ignorata — è iscritta nella struttura stessa della Costituzione italiana. Separazione dei poteri. Indipendenza della magistratura. Controlli reciproci. Non perché credessero nella bontà umana nel senso rousseauiano — ma perché conoscevano la tendenza hobbesiana all'abuso del potere quando i freni vengono rimossi.
La Costituzione italiana è, in questo senso, profondamente hobbesiana nella struttura e lockeana nei valori. Riconosce che il potere corrompe — e costruisce architetture per contenerlo. Non elimina il problema: lo gestisce. È la forma più alta di quella «gestione dell'imperfezione» che il diritto ha sempre, nel profondo, rappresentato.
I grandi sistemi costituzionali non nascono dalla fiducia nell'uomo. Nascono dalla conoscenza dell'uomo. È questa la loro grandezza — e la loro fragilità.
VI. La domanda che rimane
Questa riflessione non ha una conclusione nel senso convenzionale del termine. Ha, come ogni buona conversazione al Ravensmore, una domanda che rimane aperta nei giorni successivi.
Se la tendenza a trasgredire è strutturale all'essere umano — se Machiavelli, Spinoza e Nietzsche hanno ragione che non esiste un fondamento semplice di bontà o malizia, ma solo la complessità stratificata di una specie che si racconta storie su se stessa — allora le istituzioni non sono la soluzione al problema umano. Sono la risposta provvisoria a un problema permanente. Devono essere custodite, non perché siano perfette, ma perché la loro imperfezione è preferibile al vuoto che lascerebbero.
Il fatto che gli italiani abbiano scelto di conservare l'assetto costituzionale della magistratura — in un clima politico polarizzato, su una materia tecnica che pochi padroneggiavano davvero — dice qualcosa di interessante. Dice che l'istinto di preservare i contrappesi al potere è più diffuso di quanto non sembri. Che la memoria, anche quando non è esplicita, lavora.
Daniel Kahneman direbbe che il Sistema 1 — il pensiero rapido, istintivo — aveva già elaborato la risposta prima che il Sistema 2 finisse di leggere il quesito. L'istinto di diffidare della concentrazione del potere è forse, paradossalmente, uno degli istinti più sani che una democrazia possa coltivare.
Non è una questione di destra o sinistra. È una questione di antropologia: sapere che l'essere umano, messo nelle condizioni giuste, tende all'abuso — e costruire le condizioni sbagliate per l'abuso, affinché il meglio di noi abbia spazio per emergere.
Questo è il fine dell'alchimia: non produrre oro, ma trasformare chi cerca.