Giorgio mi ha chiesto di scrivere un contributo per il nostro club, raccontando la raccolta delle erbe che sto facendo in questi giorni estivi in Umbria. Forse raccogliere erbe non è un’attività che interessa tutti, cercherò quindi di approfittarne per fare qualche riflessione sui temi di discussione di questo nostro gruppo. Scriverò brevemente di naturalismo filosofico. Utilizzerò citazioni dai libri che ho portato con me in Umbria, per lasciare delle suggestioni e degli inviti rispetto ad una letteratura specialistica molto ricca e complessa.
La raccolta delle erbe
Da quando ho iniziato a produrre liquori, una decina di anni fa, ho pian piano imparato a riconoscere e raccogliere alcune piante con caratteristiche aromatiche, che sono piuttosto comuni nel paesaggio umbro che frequento. In maggio-giugno raccolgo l’acacia, il sambuco, in questo periodo, giugno-luglio, raccolgo il papavero, l’iperico, l’achillea, la centaurea, la melissa, l’epilobio, la salvia, la menta, l’alloro. Alla fine dell’estate raccolgo il ginepro. In inverno raccolgo la rosa canina. Ho imparato ad attendere i loro tempi e a riconoscerne i profumi e naturalmente i sapori.
Esercizi di attenzione, meraviglia e trascendenza
Anni fa il mio interesse per le piante era principalmente fotografico. Fotografavo paesaggi, poi sempre più spesso, alberi, piante, arbusti, fiori. Intanto collezionavo foto e libri fotografici sulle piante e gli alberi. Spesso foto di piante oppure foto di elementi vegetali sono presenti anche in libri fotografici di narrazione. Le piante e la natura in questi libri, come nella nostra vita quotidiana, sono una presenza discreta, silenziosa, ma significativa. Probabilmente gli autori di questi libri usano piante ed elementi vegetali/naturali guidati principalmente da scelte estetiche, compositive oppure narrative. Ne riconoscono spontaneamente, inconsapevolmente, il valore affettivo e poetico anche se non ne conoscono le caratteristiche, le proprietà o la storia.
Insomma, da diversi anni, prima con la fotografia ed ora con la liquoristica, in questi paesaggi umbri, attraverso la natura, faccio i miei esercizi di attenzione, di meraviglia e di trascendenza. La vita urbana ha tempi e stimoli differenti: i tempi sono più rapidi e gli stimoli principalmente mentali. Negli ambienti artificiali delle città ci si meraviglia di meno.
In effetti la natura in questi ultimi anni è molto presente nelle discussioni pubbliche ma anche nelle esperienze private. Anche nel nostro club diverse persone ne fanno esperienza attraverso la fotografia, la farmacologia, l’escursionismo, l’orticoltura, …
E allora vi propongo una serie di idee che illustrano alcune posizioni dell’orientamento naturalistico in filosofia, accompagnandole con delle citazioni estratte dai libri che ho a disposizione qui in campagna.
E’ un testo incompleto e disordinato ma spero che possa fornire dei contributi alle questioni che Giorgio ha iniziato a trattare nei suoi articoli e spero che possa arricchire il vostro rapporto con la natura. Questo club è nato per discutere le implicazioni sociali e filosofiche delle tecnologie digitali e della intelligenza artificiale. Ma bisogna ricordare che le nostre principali tecnologie sono il linguaggio, le immagini, il pensiero. Sono gli strumenti con i quali manipoliamo l’ambiente e costruiamo le nostre specifiche nicchie vitali (sociali, culturali, familiari).
L’essere umano come prodotto della storia naturale
Dal punto di vista evoluzionistico-naturalistico l’essere umano è un prodotto della storia naturale. E’ un prodotto del lungo processo evolutivo che a partire da particelle elementari, ha condotto alla materia inanimata, alla vita animata, infine alla vita umana. E’ stato un percorso non lineare ma basato sull’aumento della complessità e della organizzazione/strutturazione.
Qui una citazione di Luciano Gallino, sociologo e studioso di sistemi complessi, dal libro La società. Perché cambia, come funziona, Paravia, 1980.
Tra le prime manifestazioni della vita sulla terra, sotto forma di semplici sistemi cellulari autoriproducentisi, e i tratti più complessi dell’organizzazione sociale e della cultura contemporanea, corre un legame aggrovigliato ma ininterrotto. Districare questo groviglio e mostrarne la continuità è il compito delle teorie dell’evoluzione: biologica, sociale e culturale. Un tempo si credeva che l’evoluzione biologica, l’evoluzione sociale e quella culturale fossero tre stadi distinti e consecutivi. Secondo questa immagine dell’evoluzione, una volta raggiunte - circa trentamila anni fa - le strutture anatomiche e fisiologiche che ancora oggi lo caratterizzano, l’uomo avrebbe dato origine a forme associative via via più complesse, dalla banda nomade al gruppo di consanguinei, al clan, e poi avanti sino alle tribù ed alle società del neolitico. A un certo punto dell’evoluzione sociale sarebbero comparsi i primi manufatti, il linguaggio, le rappresentazioni visive, come le scene di caccia sulle pareti delle caverne di Altamira. Ora sappiamo che non è andata così. Biologia, società e cultura non sono stadi, bensì aspetti dell’evoluzione organica che da milioni di anni interagiscono simultaneamente a vari livelli, modificandosi a vicenda senza interruzione. Tratti di cultura antichissimi, come il fuoco, hanno indirizzato l’evoluzione biologica degli organismi umani in nuove direzioni. La caccia per bande e la regolazione del comportamento sessuale nel gruppo sono al tempo stesso un fattore e un effetto dell’origine del linguaggio. Nessuno dei tre aspetti dell’evoluzione è isolabile dagli altri, e sarebbe oggi quel che è senza l’influenza di questi.
Il concetto di ambiente
L’essere umano è legato all’ambiente che lo circonda. Ma non passivamente. Ne è coinvolto attivamente. E’ interessato alle cose esterne che in quanto oggetto di interesse e coinvolgimento costituiscono il suo ambiente (naturale, sociale, culturale).
Sulla connessione intima che ci lega al mondo circostante, mi piace farvi leggere questa poetica riflessione del teologo Vito Mancuso, dal libro Questa vita. Conoscerla, nutrirla, proteggerla, Garzanti, 2015.
Dovremmo comprendere come sia stupefacente che respirando entri in noi una sostanza capace di tenerci in vita. Non è per nulla scontato che essa ci sia. Respiriamo da quando siamo nati e quindi per noi è ovvia la presenza di questa sostanza gentile e discreta che chiamiamo aria, ma se prendiamo consapevolezza della sua esistenza così unica, limitata com'è all'atmosfera terrestre, la meraviglia e la gratitudine sorgono spontanee. Basterebbe fare due passi e andare sulla Luna per accorgersi che non è per niente così, perché lì l'aria non c'è e la vita non è possibile. Qui da noi sulla Terra invece c'è l'atmo-sfera, la sfera dell'atman, termine sanscrito che significa "anima" e prima ancora "respiro", cristallizzato nel verbo tedesco per respirare atmen. Atmosfera: sfera del vivere e del respirare. Noi ne siamo avvolti e sostenuti.
Un’altra citazione sul concetto di ambiente estratta dal libro Democrazia e educazione, (La Nuova Italia, 2 edizione 1965) di un filosofo, John Dewey, che ritroveremo anche più avanti, perchè è uno dei riferimenti fondamentali per il naturalismo in filosofia.
Il concetto di ambiente non si limita a significare “quello che circonda un individuo”. Esso denota propriamente la continuità delle cose circostanti con le sue stesse tendenze attive. Un essere inanimato è naturalmente a contatto con ciò che lo circonda, ma le cose circostanti non costituiscono un ambiente se non metaforicamente. Questo perché l’essere inorganico non è interessato alle influenze che agiscono su di esso. Invece cose che sono remote nello spazio e nel tempo da una creatura vivente, e in particolare da un essere umano, possono formare il suo ambiente attivo più che non le cose che gli sono vicine. Il vero “ambiente” dell’uomo è costituito da quelle cose che “effettivamente lo mutano” … In breve, l’ambiente consiste nelle condizioni che promuovono o impediscono, stimolano e inibiscono, le attività caratteristiche di un essere umano. L’ambiente di un pesce è l’acqua, perché è necessaria all’attività del pesce, alla sua vita. Il polo nord è un elemento significativo nell’ambiente di un esploratore artico, sia che riesca a raggiungerlo o no, perché definisce la sua attività, la rende ciò che distintamente è. Proprio perché la vita non significa semplice esistenza passiva (supponendo che qualcosa di simile possa darsi), ma un modo di agire, “ambiente” significa ciò che influenza questa attività come incentivo o come freno.
Un animale naturalmente culturale
Dunque l’uomo è parte della storia naturale, ma ha anche delle caratteristiche specifiche che sembrano renderlo un po' speciale: il linguaggio, l’immaginazione, la creatività, … Queste caratteristiche però non lo separano dal resto del mondo naturale. I fattori biologici, sociali e culturali continuano ad interagire in una fitta rete di relazioni ecologiche. L’uomo è naturalmente/biologicamente un animale culturale. Alcuni adattamenti fisici (posizione eretta, mano prensile, volume cerebrale) e condizioni ambientali (variazioni climatiche e nuova dieta) hanno creato, del tutto casualmente (la contingenza), le condizioni per la differenziazione culturale degli umani dagli altri viventi.
La posizione eretta ha dato al proto-uomo maggiori possibilità di interazione con l’ambiente, ma soprattutto gli ha permesso di modificare la sua dieta. La mano prensile gli ha consentito di creare manufatti e strumenti. Gli strumenti sono diventati sempre più complessi perché l’uomo poteva disporre di schemi motori e capacità cognitive e immaginative diverse dagli scimpanzé, che gli hanno permesso di immaginare/anticipare o inventare circostanze e problemi non attuali.
Ma ecco le parole del paleoantropologo Fabio Di Vincenzo, nel suo contributo dedicato al “Cervello” all’interno della raccolta di saggi, Conversazioni sull’origine dell’uomo 150 anni dopo Darwin, libro che, nel 2021, celebrava i 150 anni da L’Origine dell’Uomo e la Selezione Sessuale, pubblicato a Londra nel 1871.
“Cerchiamo di chiarire meglio questo punto cruciale. Abbiamo già accennato come i primi Homo poterono sopperire alla mancanza di zanne, artigli e altri mezzi naturali di difesa e attacco per la sopravvivenza in ambiente di savana e l’accesso a nuove risorse trofiche, attraverso forme rudimentali di cultura materiale e cooperazione (suddivisione del lavoro). Ciò si attuò mediante modificazioni del cervello sia in termini di organizzazione corticale che di aumento di taglia, portando alla possibilità di gestire cognitivamente comportamenti più complessi selettivamente favoriti nei nuovi contesti ambientali… Cervelli con volumi sempre più grandi infatti richiedono molto più tempo per potersi formare compiutamente, con un conseguente e necessario allungamento delle fasi di accrescimento e sviluppo. Prolungare i tempi di gestazione però risulta difficoltoso in termini fisiologici e inoltre, un feto prossimo alla nascita con un cervello (e una testa) troppo grande rischia addirittura di non riuscire a passare indenne attraverso il canale del parto. Tale contrasto tra l’accrescimento cerebrale (encefalizzazione) da un lato e impossibilità di modificare tramite processi evolutivi la morfologia del bacino per allargare il canale del parto senza compromettere la funzione locomotoria e i limiti fisiologici della struttura scheletrica, viene a volte indicato con l’espressione “dilemma osteologico”. Ci sono inoltre da considerare fattori energetici e nutrizionali, in quanto esiste probabilmente un limite oltre il quale la nutrizione intrauterina tramite il cordone ombelicale non è più sufficiente da sola a permettere il completo sviluppo cerebrale di un embrione umano. Così negli esseri umani la gestazione dura più o meno quanto quella delle scimmie antropomorfe … ma i neonati degli esseri umani sono alla nascita molto più incompleti e inetti, in un certo senso nascono prematuri e continuano a svilupparsi, e ad accrescere il proprio cervello, con ritmi fetali (cioè con un impressionante velocità) fuori dall’utero immersi non più nel mondo ovattato della placenta ma nella realtà del mondo fenomenico circostante e dell’ancor più ricco e multiforme mondo sociale… Tale apparente svantaggio però, si è rivelato il più importante segreto per il nostro successo evolutivo, infatti, il cervello degli esseri umani si completa e si struttura in un ambiente ricchissimo di stimoli sensoriali e relazionali, questi ne condizionano direttamente lo sviluppo andando a influenzare la formazione delle reti neurali nella forma di una costante interazione tra fattori biologici (genetici ed epigenetici) e ambientali (fisici, sociali e culturali).
… Non c’è quindi contrapposizione possibile tra cultura e natura nel processo di formazione della nostra mente … perché noi siamo biologicamente degli organismi culturali, non solo infatti la nostra cultura è un’espressione della nostra biologia e quindi è premessa da essa ed è in continuità evolutiva con essa, ma la nostra biologia (e quella cerebrale in particolare) è conformata in maniera tale da diventare pienamente operativa e funzionale solamente se esposta a stimoli ambientali e culturali di sufficiente intensità attraverso quindi una sorta di loop (o anello causale) da cui riesce a trarre il massimo vantaggio diversamente da quanto accade ad animali anche filogeneticamente affini a noi ma con una biologia e una fisiologia cerebrale differente… E’ quindi errato affermare che è la cultura a renderci umani, perché senza una biologia ricettiva come quella umana nessuna informazione culturale potrebbe essere elaborata adeguatamente e utilmente… Anche esperienze cliniche più recenti e scientificamente controllate mostrano come pazienti affetti alla nascita da alcune menomazioni sensoriali (di vista o di udito) nel momento in cui da adulti, a seguito di un’operazione, recuperano la piena funzionalità organica restino tuttavia incapaci di elaborare correttamente a livello cognitivo le informazioni percettive che ricevono in quanto nel loro cervello non si sono mai formate durante l’infanzia le connessioni neurali adeguate all’attribuzione di significati, in quanto al tempo non esposte a stimoli percettivi, sensoriali e culturali idonei… Quindi né la così detta natura e né la cultura da sole sono sufficienti a spiegare la mente umana e nemmeno la loro presenza contemporanea ma unicamente la loro interazione secondo precise modalità e in alcuni precisi periodi del nostro sviluppo ontogenetico.”
Conoscenza incarnata e mente estesa
Questa connessione continua di elementi di ordine biologico, psicologico e culturale, ha reso necessario utilizzare nuovi concetti composti per esprimere la complessità di ciò che viene descritto. Per esempio i concetti di conoscenza incarnata, per intendere la connessione tra la conoscenza e i processi operativi dell’agire, o di mente estesa, per intendere il carattere “mentale” degli oggetti che, culturalmente carichi di significati ed usi, costituiscono per l’uomo delle estensioni delle capacità di memoria, astrazione e immaginazione.
“Come abbiamo già accennato tale rete di relazioni tra strumenti, corpo, mente e socialità si esprime a livello cognitivo in termini di “conoscenza incarnata” (embodied cognition) o “situata” (situated cognition), in quanto esiste una simultaneità dei processi dell’agire e del conoscere e una sovrapposizione tra la percezione degli oggetti e delle loro intrinseche caratteristiche funzionali (anche dette affordances o suggerimenti d’uso seguendo la terminologia di Gibson), e le modalità di azione più idonee da svolgere su di essi (cioè appunto come usarli) in una prospettiva di “immediatezza” senso-motoria che è stata definita da Varela, Thompson e Rosch come enattivismo. Molto però si gioca anche nei termini di una equivalenza tra i processi cognitivi “interni” (mentali) e quelli “esterni” (mondani) di produzione e gestione di strumenti e manufatti, considerando questi ultimi come derivanti da una “proiezione” o da una “esternalizzazione” dei primi. Tale prospettiva prende il nome di mente estesa (extended mind) nell’accezione data da Clark e Chalmers … In pratica mente estesa vuol dire che il nostro cervello utilizza degli strumenti esterni al corpo (e da esso stesso creati) per supportare processi cognitivi utili a conseguire un qualche risultato “mentale” e lo fa esattamente come se questi oggetti fossero delle estensioni delle sue capacità di memoria, astrazione, immaginazione, ecc. … La conoscenza incarnata e la mente estesa sono quindi due momenti di una stessa e medesima condizione della nostra mente (anzi se ne pongono all’origine) come una sola strada a due vie che ci rende interamente pervi e permeabili alla realtà e a flussi di informazioni tra il mondo esterno e quello della nostra soggettività. Una via quindi che procede in forma immediata dall’esterno verso il nostro cervello che, come visto, estrae selettivamente informazioni e suggerimenti dagli oggetti (cioè dalle loro affordances) sul modo più adatto per utilizzarli, e l’altra che dall’interno (cioè dai processi cognitivi del nostro cervello) proietta ed estende verso l’esterno tali processi per modificare attivamente e adattare la realtà circostante in modo da creare oggetti artificiali (manufatti) utilizzabili in base a nostri precisi scopi, finalità, intenzioni.”
La cultura come codice adattivo
Le abilità motorie e cognitive dei primi uomini sono maturate grazie all’interazione sociale. Le conoscenze che gli uomini ricavavano dalla interazione strumentale con l’ambiente si sono potute tramandare, apprendere, accumulare, accrescere. La lunga immaturità dei piccoli umani infatti ha reso indispensabili lunghi processi di apprendimento, necessari per fornirgli strumenti per la sopravvivenza e per la piena integrazione/realizzazione nella propria comunità.
Per una serie di pressioni selettive dell’ambiente nel quale si è evoluto, l’uomo non dispone delle informazioni necessarie alla sopravvivenza fornite agli altri animali dagli istinti. Il differimento della risposta rispetto allo stimolo, dilata la dimensione spaziale e temporale e apre le porte alla produzione culturale. La cultura è il modo di codificare e trasferire le informazioni vitali per la comunità umana e quindi per i suoi individui.
Alexander Alland jr, in un libro pubblicato dalla Columbia University nel 1972, e poi in italiano da Bompiani nel 1974, L’imperativo umano. La biologia e le scienze sociali, scrive:
“Mentre la capacità di acquisire cultura è prevalentemente un fenomeno biologico (ma anche le prime esperienze sociali sono fondamentali per l’acquisizione di una cultura) la sua espressione dipende dall’apprendimento”.
“… credo che una struttura materialistica sia indispensabile allo studio del comportamento umano. Non dobbiamo dimenticare che l’uomo è soggetto alle stesse forze selettive che la natura ha imposto alle altre specie, e che i suoi mezzi per affrontare i problemi ambientali comprendono anche soluzioni biologiche che includono una sottile interazione tra la cultura (che è a sua volta il risultato dell’evoluzione biologica) e la genetica. La cultura non è soltanto un prodotto della biologia, è l’espediente adattivo dell’uomo nel processo di adattamento all’ambiente. Alcuni antropologi hanno sostenuto che da quando l’uomo è in grado di crearsi il suo ambiente con la cultura è libero da vincoli biologici. E’ vero che la padronanza tecnologica, soprattutto dopo la rivoluzione industriale, ha permesso di modificare molto la disposizione ambientale. Ciononostante ogni modifica provoca nuove pressioni selettive, che continuano a operare a livello culturale come a livello genetico.”
“… Nell’evoluzione umana il processo genetico ha dato origine a un nuovo e più efficiente sistema di codificazione che può cambiare rapidamente e essere trasferito da un organismo all’altro per mezzo dell’apprendimento, e quindi è libero dal più lento adattamento somatico. Questo nuovo codice, la cultura, risponde alle forze selettive come quello vecchio, il DNA, e tutti e due hanno l’uno sull’altro effetti di una certa qual portata”.
Inquietudine, dolore e trascendenza
Non avere istruzioni per la vita crea inquietudine, sofferenza/dolore (Edoardo Boncinelli, prima fisico, poi biologo e genetista ma soprattutto grande divulgatore, ha scritto un paio di anni fa L’animale inquieto. Storia naturale della scontentezza, Il Saggiatore) ma fornisce anche un campo di possibilità aperte.
Due citazioni dal libro L’arte della felicità, che raccoglie gli interventi del filosofo Aldo Masullo (al quale ho dedicato diversi anni di studio e di viaggi) per la omonima manifestazione organizzata a Napoli dal 2005 al 2015.
… Quando dico dolore traduco nella maniera più semplice il verbo greco pasco, che in greco significa “patisco”, “soffro”, da cui viene la parola pathos, dolore. Non dimentichiamo però che in greco dolore, in senso medico, direi organico della parola, è algos. E non bisogna mai dimenticare che il pasco greco corrisponde al verbo latino “vivere”, che è un verbo intransitivo: io vivo, il cane vive, il bue è morto. Eppure c’è anche l’uso transitivo di questo verbo: in questo momento io sto vivendo un momento interessante, sia dal punto di vista intellettuale, sia dal punto di vista emotivo, … la nostra esperienza è intrinsecamente dolore, se per dolore si intende questo atto del vivere. L’atto del vivere è sempre un urto, uno scontro, un’opposizione tra la nostra forza vitale e qualcosa contro cui ci scontriamo, e se questo non avvenisse non ci sarebbe la vita, non ci sarebbe la nostra quotidiana vicenda. Dunque, noi dobbiamo dire che l’esperienza è già intrinsecamente nella sua origine paschein, che è vivere e patire al tempo stesso. … Il dolore, in effetti, non è quello che ci infliggono gli altri, le cose, gli urti, le ferite, il dolore è la nostra reazione all’aggressione esterna. Il dolore è esso stesso un segno di attività mentale, non di pura passività. Allora ecco che il dolore non è soltanto quello che potremmo chiamare patologico, ma è la vita, in quanto siamo sensibili al mondo, rispondiamo al mondo e decidiamo di agire. Noi, in effetti, siamo coloro che danno senso al dolore. Quindi il dolore è il senso stesso della nostra vita. La parola senso viene da “sentire”, io cerco il senso, ma il senso non si cerca, il senso lo si prova nei momenti di vuoto. Nei momenti di depressione si perde il senso, tutto non ha più senso; e viceversa nei momenti di coinvolgimento, di attività, di eccitazione attiva io sono pieno di senso. La vita stessa, dunque, nel momento in cui si estrinseca, nel momento in cui si accende è senso. Quindi il senso non si cerca, o lo si ha o non lo si ha. In genere lo si ha sempre: si può avere un senso negativo, il senso malinconico, il senso della tristezza, il senso dell’abbandono, il senso della fine o si può avere il senso della pienezza vitale, … L’esperienza, l’apprendimento sono intrinsecamente generati nel dolore, se per dolore non intendiamo il dolore patologico ma la nostra reazione alla sollecitazione esterna, se intendiamo questa nostra vibrazione che ci fa essere in qualche modo dei creatori.
… la trascendenza di cui parlano le religioni, o almeno alcune religioni, possiamo riconoscerla o non riconoscerla (e questo è questione di fede), ma la trascendenza nel senso razionale della parola è in noi stessi. Nel momento in cui mi state ascoltando, non registrate come un qualsiasi apparecchio le mie parole. Siete sensibili a queste parole … Questo indica la trascendenza: io non sono chiuso nella mia materialità … la trascendenza, è uscita dall’identità immediata e questo è vivere nel senso transitivo della parola. Se fossi identità immediata, sarei il vivere nel senso biologico, nel senso intransitivo: o sono vivo o sono morto. E, invece, vivo mettendo a distanza la proiezione di ciò che sto vivendo, facendomene un’idea, creandomene un’immagine … comprendere qual è la realtà dell’uomo è comprendere che l’uomo è trascendenza di sé ... L’uomo è sempre proiezione verso il futuro, è apertura di possibilità.
L’educazione come necessità della vita
Facendo un ulteriore passo, arriviamo al tema della formazione, dell’apprendimento. La originaria incompiutezza rende il vivente bisognoso di una comunità, di una cultura, di una formazione. L’uomo è un animale sociale. Le caratteristiche che distinguono l’umano dal non umano, il linguaggio, la creatività, l’immaginazione, … l’essere umano le possiede in quanto essere sociale, comunitario. Queste caratteristiche sono il prodotto di interazioni sociali. Nessun essere umano che vivesse nell’isolamento, potrebbe sviluppare queste caratteristiche. La comunità fonda e crea gli individui. L’umano risolve la sua incompiutezza, o potenzialità/libertà, dandosi autonomamente un progetto, una direzione. La cultura è il mondo delle possibilità, liberamente autodeterminate.
Sull’educazione come necessità della vita torno a citare John Dewey (Democrazia e educazione).
La distinzione più notevole fra gli esseri viventi e gli esseri inanimati è che i primi si mantengono rinnovandosi. Quando una pietra è colpita, resiste. Se la sua resistenza è maggiore della forza del colpo essa rimane esteriormente inalterata. Altrimenti è frantumata in pezzi più piccoli. La pietra non cerca mai di reagire in modo da potersi mantenere intatta contro il colpo, e tanto meno in modo da fare del colpo un fattore che contribuisca alla sua stessa azione continuata. Sebbene l’essere vivente possa facilmente venire schiacciato da una forza superiore, ciò nondimeno cerca di cambiare le energie che agiscono su di esso in mezzi per la propria ulteriore esistenza. Se non può fare così, non si spezza in pezzi più piccoli (almeno nelle forme più elevate della vita) ma perde la sua identità come essere vivente. Finché esso sussiste, lotta per adoperare per sé le energie che lo circondano. Adopera l’aria, l’umidità e la materia del suolo. Dire che le adopera, significa dire che le cambia in mezzi per la sua conservazione. Fintanto che cresce, l’energia che spende nell’utilizzare ciò che lo circonda è più che compensata da ciò che ne ricava: esso cresce. Usando della parola “controllare” in questo senso, si può dire che un essere vivente è quello che soggioga e controlla, a vantaggio della sua propria attività continuata, le energie che altrimenti lo consumerebbero. La vita è un processo di autorinnovamento attraverso l’azione sull’ambiente circostante … Col rinnovamento dell’esistenza fisica, nel caso degli esseri umani, si svolge la ricreazione delle credenze, degli ideali, delle speranze, delle felicità, della miseria e delle abitudini. La continuità di qualsiasi esperienza attraverso il rinnovamento del gruppo sociale è un fatto da prendersi letteralmente. L’educazione, nel suo senso più vasto, è il mezzo di questa continuità sociale della vita. Ognuno degli elementi che costituiscono un gruppo sociale, tanto in una città moderna, quanto in una tribù selvaggia, nasce immatura, inerme, privo di lingua, di credenze, di idee, di norme sociali. Ogni individuo, ogni unità, che sia il portatore dell'esperienza della vita del suo gruppo, scompare a suo tempo. Eppure la vita del gruppo continua. I fondamentali fatti ineludibili della nascita e della morte di ognuno dei membri che costituiscono un gruppo sociale determinano la necessità dell’educazione.
La vita è un processo che cerca conoscenza
Nella conversazione davanti al camino sul significato dell’evoluzione tra Karl Popper e Konrad Lorenz, pubblicata nel libro Il Futuro è aperto (Rusconi, 1989), Popper dice:
“La vita cerca un mondo migliore. Ogni singolo essere vivente tenta di trovare un mondo migliore, o almeno cerca di fermarsi o di nuotare più a lungo che può là dove il mondo è migliore. E questo vale per l’ameba come per noi. La vita non è mai soddisfatta delle condizioni in cui si trova. Ed è audace nelle sue avventure.”
Lorenz aggiunge:
“… l’universo intero sin dall’inizio è così fatto che è almeno presente la possibilità di agire, di volere, come Karl ha appena detto. E’ falso o dà una impressione sbagliata se si dice che la vita prova e riprova stupidamente e nonostante ciò va verso l’alto. Una maniera molto più illuminante e molto più umanamente corretta di rappresentare la cosa consiste nel dire: la vita è un processo che cerca conoscenza.”
Vivere è imparare (Lindau, 2018) è anche il titolo di una conversazione tra l’etologo Konrad Lorenz e Franz Kreuzer. Ma direi di chiudere qui con le citazioni.
La proposta: fare esperienze insieme
Ed ora veniamo alla proposta. Come ho detto a Giorgio, il club non deve essere un luogo ideale/virtuale nel quale ognuno fa i propri soliloqui. Ho suggerito di fare degli incontri regolari o frequenti e soprattutto di fare delle esperienze. La degustazione dei liquori è stata una piccola esperienza che abbiamo fatto tutti insieme, accompagnandola alla chiacchierata proposta da Giorgio.
Anche una degustazione di liquori può diventare un’esperienza di attenzione, meraviglia e trascendenza. Come dicevo a Giorgio durante una delle nostre chiacchierate, intorno all’area orale e genitale, quindi alle estremità del tubo di trasformazione/produzione di energia intorno al quale si sviluppa il nostro corpo, abbiamo costruito la nostra civiltà. Abbiamo specializzato e arricchito di significati due aree del corpo piuttosto periferiche. Dunque anche assaggiare un liquore può diventare un’esperienza interessante e gratificante che chiama in gioco la storia, la fisiologia, la geografia, la letteratura, la semiotica, …
Nel primo incontro pilota di giugno, abbiamo voluto mantenere la chiacchierata e l’esperienza della degustazione in una condizione molto libera e disordinata. Successivamente vorremmo dare una maggiore strutturazione e finalizzazione agli incontri.
Il pensiero sistemico e il Museo delle Erbe
In questi giorni sono stato a visitare la nuova sezione del Museo delle Erbe - Aboca Museum a Sansepolcro (Arezzo). E’ aperto da oltre 20 anni. All’iniziale percorso storico, negli anni è stato aggiunto un percorso interattivo per conoscere l’azienda, Aboca Experience, mentre a partire da giugno è stato aggiunto un percorso più storico-filosofico, sul pensiero sistemico che ispira la visione della natura e della società in Aboca. Un pensiero del quale Aboca ritrova le origini in alcuni personaggi rinascimentali che hanno radici toscane e biturgensi: Piero della Francesca, Luca Pacioli, Leonardo da Vinci. Un pensiero che Aboca promuove attraverso la propria casa editrice e altre iniziative di promozione scientifica, culturale ed artistica.
Lo scienziato Fritjof Capra in un recente libro edito da Aboca (2024), I principi sistemici della vita. Idee sulla natura e sulla ecologia umana, ha descritto in maniera molto sintetica le linee essenziali di una ricerca che conduce da decenni e attraversa diverse voluminose pubblicazioni. Al termine del libro ne ricapitola ulteriormente i contenuti, sintetizzandoli in otto punti:
- La caratteristica che definisce la vita è un certo schema di organizzazione, uno schema a rete.
- Queste reti viventi non sono reti di strutture, ma reti di processi.
- I processi sono processi di rigenerazione, di continue trasformazioni e sostituzioni delle componenti.
- Perché questa continua rigenerazione sia possibile, la rete deve avere accesso a flussi metabolici continui.
- Via via che i flussi metabolici attraversano la rete, entrano in gioco anelli di retroazione, e con essi l’autoorganizzazione.
- La retroazione positiva può condurre a processi di emergenza, che rappresentano l’intrinseca creatività della vita.
- Per assicurare l’accesso agli appropriati flussi metabolici, la rete deve interagire cognitivamente con il suo ambiente.
- Ciò significa che tutta la vita è intrinsecamente intelligente.
In conclusione, voglio tornare a sottolineare che il pensiero sistemico avanzato sarà decisivo per la soluzione dei grandi problemi della nostra epoca. In particolare, sarà essenziale per costruire comunità ecologicamente sostenibili, progettate in modo tale che le loro modalità di vita non interferiscano con la capacità intrinseca della natura di sostenere la vita. Il primo passo in questa direzione dev’essere diventare “alfabetizzati in senso ecologico”, cioè comprendere i principi di organizzazione che gli ecosistemi hanno sviluppato nella loro evoluzione per rigenerare continuamente il tessuto della vita.
Tra le possibili esperienze del nostro club potremmo valutare una visita di gruppo al Museo delle Erbe.