Caro amico...
stavo leggendo — uno di quei libri che prendi in mano senza aspettarti niente di particolare, e invece ti ritrovi fermi a pagina ventotto con il dito sul bordo della pagina e qualcosa che preme da dentro. “Il dio del massacro”, Yasmine Reza (vedi recensione qui: https://www.blogista.it/cultura/il-dio-del-massacro-yasmina-reza-2006/). Vengo folgorato dall’idea di “caos ed equilibrio”.
E di colpo, come succede a volte, un flash. Non un’idea nuova, forse. Ma un’idea che si mette finalmente al suo posto.
Te la racconto, perché tu conosci le mie tensioni su queste cose.
Il caos è sopravvalutato
Lo so, lo so. Siamo tutti bravissimi a parlare di caos generativo, di come il disordine sia alla base della creatività, di come l’illuminazione arrivi sempre da un momento di rottura e non di sintesi. E va bene, è vero anche questo. Il caos è generativo. Ne siamo convinti. Ne sono convinto.
Ma c’è qualcosa che non torna. Qualcosa che continuava a darmi fastidio senza che riuscissi a nominarlo. E il flash di stamattina è stato esattamente questo: il caos non è una conquista. Il caos è il default. È la direzione naturale di tutto. L’entropia aumenta, il disordine cresce, le cose si disfano — è la seconda legge della termodinamica, non una scelta filosofica.
Quindi celebrare il caos, in fondo, è come celebrare la gravità. Sono bravo a cadere? Bene, tutti lo siamo.
Il vero "Leviatano" è l’equilibrio
L’equilibrio è anti-entropico. Richiede energia. Richiede intenzione. Non ti viene incontro, non scende a compromessi, non si accontenta di una visita ogni tanto. L’equilibrio vuole tutto: vuole che tu ci lavori oggi, domani, e ancora il giorno dopo. E nel momento stesso in cui pensi di averlo raggiunto, nel momento di quella piccola gloria silenziosa, è già lì che comincia a scivolare via.
Non è una vetta che si scala e poi si abita. È una vetta che devi scalare di continuo, ogni mattina, sapendo che la notte precedente hai già perso un po’ del terreno guadagnato.
Aristotele lo sapeva, e lo chiamava mesotes: la via di mezzo non come punto fisso ma come tensione dinamica tra due eccessi. Eraclito lo sapeva anche lui, lui che è il filosofo del fuoco e del flusso — persino lui diceva che l’armonia nasce dalla tensione degli opposti, non dalla loro assenza. E Prigogine, Nobel per la chimica, ha dimostrato in termini fisici quello che intuivamo in termini filosofici: le strutture che mantengono ordine lo fanno consumando energia. L’ordine costa. Sempre.
Una fatalità locale
L’equilibrio non è una caratteristica intrinseca dell’universo. È una fatalità locale. Un’anomalia temporanea. Un piccolo gesto di resistenza contro la direzione in cui tutto scorre.
E l’essere umano — noi, tu e io — ci ritroviamo con un piccolo surplus di energia dovuto al semplice fatto di essere vivi. Un surplus che non abbiamo scelto, che ci è stato dato in prestito per un tempo indefinito. E con questo surplus, con questa piccola fiamma di vitalità, sembra che non possiamo fare a meno di costruire. Di cercare un po’ di ordine locale in mezzo al disordine universale. Come se fosse la risposta istintiva all’esistenza: eccomi qui, esisto, e finché esisto cerco di tenere insieme qualcosa.
Un organismo biologico fa esattamente questo: mangiare è convertire ordine in ordine locale. Invecchiare è il momento in cui il surplus si esaurisce e il caos riprende ciò che era suo da sempre.
C’è qualcosa di commovente in questo, se ci pensi. E qualcosa di ridicolo, anche. Ma un ridicolo tenero, non un ridicolo amaro.
Il sorriso di Sisifo
Camus diceva che bisogna immaginare Sisifo felice. Lo diceva con una certa tensione eroica, quasi un pugno alzato contro l’assurdo. Una sfida. Una ribellione. La pietra rotola, ma io la rispingo. La pietra rotola ancora, e io la rispingo ancora. C’era qualcosa di bello in quella immagine, ma anche qualcosa che non mi convinceva del tutto. Troppa battaglia. Troppa crispatura.
Il Sisifo che ho in mente io non sfida. Comprende. Sa che la pietra rotola perché è nella natura delle pietre rotolare, e sa che lui la spinge perché è nella sua natura spingere. Non c’è conflitto tra le due verità. C’è quasi una tenerezza reciproca tra l’uomo e la sua fatica.
E qui sta la cosa che volevo dirti, la cosa per cui ti scrivo questa lettera invece di buttare giù un articolo ordinato con le sue belle sezioni e i suoi bei sottotitoli: c’è una gloria vera nel momento in cui riesci a tenere insieme qualcosa. Nel momento in cui senti che le cose, per un attimo, stanno. C’è una soddisfazione profonda, quasi fisica, nell’aver creato un piccolo angolo di equilibrio. E quella gloria è reale. Non va sminuita.
Ma convive, sempre, con la consapevolezza che durerà poco. Che già stanotte qualcosa scivola. Che domani mattina si ricomincia. E questa consapevolezza non è sconfitta: è la condizione stessa del gioco. È il costo d’ingresso.
L’oscillazione tra quella piccola gloria e il senso dell’inutilità — tra “ce l’ho fatta” e “a cosa serve?” — non è un difetto della nostra psicologia. È la forma stessa dell’esperienza di abitare il caos con una certa grazia.
Abitare, non vincere
Forse è tutta qui la cosa. Non si vince il caos. Non si sconfigge l’entropia. Non si scala l’equilibrio una volta per tutte come se fosse una montagna con una cima e una targa commemorativa. Si abita. Si continua ad abitarlo, giorno per giorno, con quella strana miscela di serietà e leggerezza che richiede ogni cosa che vale davvero.
Hesse lo cercava nei suoi romanzi, Jung nelle profondità della psiche, il Tao lo chiama wu wei — l’azione minima per mantenere l’equilibrio senza forzarlo. Csikszentmihalyi lo ha mappato nel flow: quello stato in cui la sfida e la competenza si incontrano esattamente, e che si rompe sia verso il basso che verso l’alto. Tutti circling around la stessa cosa.
Il surplus energetico della vita usato non per vincere il caos, ma per abitarlo con grazia. Creando quel piccolo angolo di equilibrio locale che è, forse, la firma più onesta dell’essere stati vivi.
E intanto la pietra rotola. E noi sorridiamo, con una certa pacatezza.