Due fenomeni attraversano la cultura contemporanea con una coerenza che raramente viene messa in relazione. Il primo: la conoscenza, la cultura e l'informazione sono state progressivamente ridotte a strumenti di produzione economica, perdendo ogni legittimità intrinseca. Il secondo: le generazioni nate dopo il 2001 mostrano un orientamento al presente mai documentato prima — una difficoltà strutturale a proiettarsi nel futuro, a investire nel lungo termine, a costruire traiettorie che richiedano pazienza.
Questi due fenomeni sembrano distanti. In realtà si spiegano a vicenda. E capire come sono correlati è forse il lavoro intellettuale più urgente che questa stagione culturale ci chiede di fare.
Il doppio declino: cultura strumentalizzata e futuro svuotato
C'è un vocabolario che ha colonizzato silenziosamente il modo in cui parliamo di sapere. Lifelong learning, upskilling, knowledge management, cultural capital. Ogni termine trasforma la conoscenza in un asset da accumulare, gestire e convertire in vantaggio competitivo. Leggere un romanzo difficile, visitare una mostra, frequentare un corso di filosofia — tutto deve rendere qualcosa di misurabile. Altrimenti non vale il tempo investito.
Parallelamente, le analisi sociologiche più recenti documentano un orientamento generazionale inedito nelle coorti nate dopo il 2001. La Generazione Z e, in misura ancora più marcata, la Generazione Alpha mostrano una difficoltà significativa a investire nel futuro. Non per incapacità, ma per un calcolo implicito che emerge da un contesto oggettivamente instabile. Il presentismo generazionale — vivere concentrati sul qui e ora — è spesso letto come superficialità o come effetto collaterale dei social media. Ma c'è una dimensione più profonda, raramente nominata: quando una cultura smette di insegnare che il pensiero ha un valore in sé, le nuove generazioni non hanno strumenti per costruire una relazione significativa con il tempo lungo.
Non si può desiderare un futuro che non si riesce a immaginare. E l'immaginazione si allena con la cultura — non quella utile, ma quella che non sa ancora a cosa servirà.
Cosa si intende per conoscenza disinteressata
Prima di analizzare le correlazioni, occorre precisare i termini. Conoscenza disinteressata non significa conoscenza inutile — è la distinzione che il filosofo Nuccio Ordine ha reso centrale nel suo L'utilità dell'inutile (2013). Significa conoscenza che non ha un obiettivo predefinito al di fuori di sé stessa. Aristotele la chiamava episteme — e nella Metafisica scriveva che la filosofia nasce dallo stupore (thaumazein), non da un bisogno pratico. Gli uomini cominciarono a filosofare per liberarsi dall'ignoranza, e non in vista di qualche utilità.
La distinzione non è accademica. Ha conseguenze concrete sul tipo di mente che si produce. Chi studia storia senza un obiettivo professionale sviluppa la capacità di riconoscere nei problemi presenti la struttura di problemi già affrontati. Chi legge letteratura per il puro piacere di farlo allena quella che Martha Nussbaum chiama "immaginazione narrativa" — la facoltà di abitare punti di vista radicalmente diversi dal proprio, che è alla base del giudizio etico e della qualità delle decisioni complesse.
Queste capacità non si costruiscono con la formazione professionale. Si costruiscono con il tempo libero di qualità — con quella scholē greca che non a caso ha dato origine alla nostra parola "scuola", e che originariamente indicava lo spazio sottratto alla necessità in cui il pensiero poteva muoversi senza meta.
Gen Z, presentismo e incertezza strutturale
La psicosociologa Jean Twenge — docente all'Università Statale di San Diego e tra le voci più citate nella ricerca sulle differenze generazionali — ha documentato nel suo Generations (2023) come le differenze tra generazioni siano primariamente determinate dai cambiamenti tecnologici, attraverso due meccanismi:
- L'individualismo, più comune nelle società tecnologicamente avanzate, dove le persone possono concentrarsi più facilmente su sé stesse.
- La strategia della vita lenta, una tendenza evolutiva ad allungare i tempi di maturazione quando l'ambiente è percepito come instabile e ad alto rischio.
Chi è nato dopo il 2001 ha vissuto, nell'arco della sola adolescenza, la crisi finanziaria globale, la pandemia, la crisi climatica come emergenza quotidiana e la guerra in Europa. La disoccupazione, la precarietà lavorativa e l'esposizione costante a informazioni allarmanti hanno prodotto una generazione in cui la diffidenza verso i progetti a lungo termine non è irrazionale — è una risposta adattiva a promesse che si sono rivelate parzialmente false.
Jonathan Haidt, psicologo della New York University, ha documentato in The Anxious Generation (2024) come la rapida trasformazione dell'infanzia nei primi anni 2010 — da un'infanzia basata sul gioco a una basata sul telefono — abbia prodotto una crisi della salute mentale adolescenziale simultanea in molti Paesi. L'ansia, la solitudine e il burnout precoce non sono tratti caratteriali di una generazione: sono sintomi di un sistema cognitivo e affettivo che opera in condizioni di sovraccarico cronico.
Il nesso nascosto: quando la cultura perde valore intrinseco, il futuro perde senso
Il presentismo generazionale viene spiegato quasi esclusivamente attraverso cause esterne — la precarietà, i social media, la crisi climatica, la pandemia. Tutte cause reali. Ma manca un livello di analisi più interno: cosa succede alla relazione con il tempo quando l'intera cultura smette di insegnare che esiste un valore nel differire la gratificazione?
La conoscenza disinteressata — leggere lentamente, frequentare un'opera d'arte senza estrarla per un contenuto, seguire una conversazione complessa senza un obiettivo dichiarato — è precisamente l'allenamento del differimento. Non è evasione: è la pratica che costruisce la capacità di proiettarsi nel tempo lungo. Zygmunt Bauman, in Modernità liquida (2000), descriveva una società in cui ogni forma stabile di identità e valore viene sciolta in nome della flessibilità. In questo contesto, la cultura perde la sua funzione di ancoraggio.
Il risultato non è solo che si legge meno. È che si perde la grammatica del lungo termine. Una mente che non ha mai imparato a stare dentro un pensiero complesso senza che quel pensiero "produca qualcosa" ha un rapporto inevitabilmente contratto con il futuro.
L'incapacità di immaginare il futuro non è un difetto di carattere. È la conseguenza di un'educazione — formale e informale — che ha insegnato a fare, mai a sostare.
La tecnologia come acceleratore di entrambe le crisi
La tecnologia digitale opera come amplificatore di entrambi i fenomeni analizzati — e la sua influenza sulle due crisi è più interconnessa di quanto appaia.
Da un lato, l'architettura dei social media ha trasformato qualsiasi contenuto culturale in informazione da consumare — veloce, frammentata, ottimizzata per la risposta emotiva immediata. Un'opera d'arte su Instagram non invita alla sosta: invita allo scorrimento. La mediazione digitale ha prodotto una forma di accesso alla cultura che ne simula la presenza ma ne elimina le caratteristiche essenziali: la durata, il ritmo, l'attrito cognitivo.
Dall'altro lato, la stessa architettura ha prodotto negli adolescenti della Gen Z i pattern documentati da Haidt e Twenge: tempi di attenzione ridotti, aumento della solitudine nonostante l'iperconnessione, incapacità crescente di tollerare la noia. La noia — che le tradizioni filosofiche da Schopenhauer a Heidegger consideravano una delle condizioni di accesso alla profondità — è diventata un problema da risolvere istantaneamente con uno stimolo digitale. Ma la noia produttiva è esattamente il momento in cui la mente inizia a cercare dentro di sé anziché fuori: il momento in cui nasce il pensiero originale.
Nativi digitali e povertà di profondità
Il paradosso della Generazione Alpha è che la sua fluidità con gli strumenti digitali coesiste con una crescente difficoltà nella relazione con la complessità. La velocità con cui si elaborano stimoli digitali non è trasferibile alla velocità con cui si costruiscono modelli mentali complessi. Quelle sono capacità diverse, che richiedono pratiche diverse.
Cosa dicono i dati sociologici e psicologici
Le evidenze empiriche disponibili convergono su un quadro coerente con l'analisi proposta.
Il report State of the Heart 2024 di Six Seconds — basato su dati raccolti in oltre 170 Paesi — documenta che la Gen Z mostra un bisogno elevato di senso e connessione autentica, spesso disatteso dagli ambienti in cui si trova a vivere. Non è una generazione nichilista: è una generazione che chiede significato con più urgenza di qualsiasi altra, senza avere gli strumenti culturali per costruirlo in autonomia.
Il Pew Research Center ha documentato che la Gen Z è la generazione con il più alto livello di istruzione formale nella storia, ma anche quella con il più alto livello di incertezza lavorativa percepita. Questa dissonanza — so molto, ma non so dove mi porterà — produce esattamente il tipo di disorientamento che favorisce il ripiegamento sul presente immediato.
Una ricerca pubblicata su Atlantis Press nel 2024 ha evidenziato una forte correlazione tra FOMO e livelli elevati di ansia e depressione tra i giovani della Gen Z. La stessa ricerca documenta che la pratica di attività culturali non mediate da schermi — lettura, musica dal vivo, frequentazione di spazi culturali — è associata a livelli significativamente più bassi di ansia. Non perché distraggano, ma perché allenano la capacità di stare in un presente senza bisogno di validazione esterna.
La scholē come risposta: recuperare il tempo del pensiero
La proposta non è nostalgica. Non si tratta di rimpiangere un passato idealizzato in cui tutti leggevano i classici e nessuno guardava i telefoni. Si tratta di riconoscere che il tempo libero di qualità — la scholē aristotelica — è una condizione necessaria per lo sviluppo di certe capacità cognitive, e che quelle capacità producono conseguenze concrete sulla relazione con il futuro.
John Dewey, in Art as Experience (1934), sosteneva che l'esperienza estetica non è separata dall'esperienza ordinaria, ma ne rappresenta il compimento. Stare davanti a un quadro, leggere un romanzo difficile, seguire una conversazione filosofica senza un obiettivo dichiarato non sono evasioni dalla realtà: sono modalità di comprensione della realtà che il linguaggio della produttività non raggiunge. Producono un tipo di intelligenza — sensoriale, narrativa, simbolica — che non si costruisce in altro modo.
Nuccio Ordine citava Abraham Flexner, fondatore dell'Institute for Advanced Study di Princeton, che nel 1939 scriveva che la ricerca disinteressata è stata la fonte di quasi tutte le scoperte che hanno cambiato il mondo. Non l'utilità immediata. Non l'applicazione preordinata. La libertà di esplorare senza sapere dove si arriva.
Oltre il paradosso: cultura, profondità e orientamento al futuro
Riunendo i fili di questa analisi, emerge un'immagine che inverte la narrazione comune. Di solito si dice: le nuove generazioni non leggono, non hanno pazienza, non investono nel futuro. La risposta standard è: bisogna convincerle dell'utilità di queste cose. Mostrare che leggere rende più produttivi. Che la cultura "paga".
Ma questa risposta riproduce esattamente il problema che cerca di risolvere. Se insegniamo la cultura come strumento, continuiamo a insegnare che la conoscenza vale solo se produce qualcosa di esterno a sé stessa. E una mente educata in questo modo — anche se legge, anche se studia — non acquisisce la capacità che stiamo cercando di restituirle: quella di stare in un pensiero complesso per il gusto di stare in un pensiero complesso.
La disponibilità a proiettarsi nel futuro non è una qualità del carattere: è una risposta alla qualità del futuro che si riesce a immaginare. E l'immaginazione — quella profonda, quella che costruisce mondi invece di scorrere tra immagini — si allena con le pratiche culturali disinteressate. Con la scholē. Con il tempo che non deve produrre nulla se non il piacere di essere stati presenti a qualcosa di bello o di vero.
Quando una società smette di legittimare il sapere per il solo fatto di sapere, smette anche di produrre persone capaci di costruire un futuro che valga la pena desiderare. E allora restano solo il presente — immediato, rumoroso, sempre insufficiente — e l'ansia di non riuscire a immaginare niente che venga dopo.
Questo è il fine dell'alchimia: non produrre oro, ma trasformare chi cerca.
Fonti e riferimenti
- Ordine, N. (2013). L'utilità dell'inutile. Manifesto. La nave di Teseo.
- Aristotele. Metafisica, Libro I, 982b. Ed. critica: Laterza.
- Aristotele. Etica Nicomachea, Libro X. Ed. critica: Bompiani.
- Dewey, J. (1934). Art as Experience. Minton, Balch & Company.
- Nussbaum, M. C. (2010). Not for Profit: Why Democracy Needs the Humanities. Princeton University Press.
- Postman, N. (1985). Amusing Ourselves to Death. Viking Penguin.
- Bauman, Z. (2000). Liquid Modernity. Polity Press.
- Flexner, A. (1939). The Usefulness of Useless Knowledge. Harper's Magazine, n. 179.
- Twenge, J. M. (2023). Generations. Atria Books.
- Haidt, J. (2024). The Anxious Generation. Penguin Press. Ed. it.: Rizzoli, 2024.
- McCrindle, M. (2023). Generation Alpha. Hachette Australia.
- Mannheim, K. (1928). Das Problem der Generationen. Kölner Vierteljahreshefte für Soziologie.
- Six Seconds (2024). State of the Heart: Global Emotional Intelligence Report. 6seconds.org.
- The Lancet Psychiatry Commission on Youth Mental Health (2024). The Lancet Psychiatry, vol. 11, P731–774.
- Pew Research Center (2021). Who Doesn't Read Books in America? pewresearch.org.
- Atlantis Press (2024). FOMO, Social Media Use, and Mental Health in Gen Z. atlantis-press.com.
- Prensky, M. (2001). Digital Natives, Digital Immigrants. On the Horizon, MCB University Press.