Nati Cyborg. L'Intelligenza Artificiale come Estensione della Mente Umana

Una riflessione a partire dalla conferenza di Claudio Paolucci al Vittoriano, Roma

Il relatore

Claudio Paolucci è professore ordinario di Semiotica e Filosofia del Linguaggio all'Università di Bologna, dove coordina il dottorato in Philosophy, Science, Cognition and Semiotics e il Centro Internazionale di Studi Umanistici "Umberto Eco" — del quale è stato allievo diretto e di cui ha scritto la più importante biografia intellettuale (Umberto Eco, Feltrinelli, 2017). È presidente della Società Italiana di Filosofia del Linguaggio e dirige il Progetto SACreD su creatività e cognizione. Il suo ultimo libro, Nati cyborg. Cosa l'intelligenza artificiale generativa ci dice dell'essere umano (Luca Sossella Editore, 2025), è il testo teorico di riferimento della conferenza.

La conferenza

Il 9 aprile 2025, nell'ambito del ciclo Al centro di Roma — Conferenze VIVE, Claudio Paolucci ha tenuto al Vittoriano e Palazzo Venezia di Roma una lectio dal titolo: "Macchine dotate di linguaggio. Una prospettiva pragmatica sul significato e sull'estensione della mente tra Peirce, Clark e Floridi". Hanno introdotto la serata Edith Gabrielli, direttrice del VIVE, e Francesco Ferretti, filosofo del linguaggio.
Il titolo non era decorativo. Tre nomi — Peirce, Clark, Floridi — tre posizioni filosofiche in tensione produttiva, tre modi di rispondere alla stessa domanda: quando una macchina parla, sta significando?

Le teorie: l'uomo come cyborg originale

Il punto di partenza di Paolucci è radicale e, a ben guardare, liberatorio: non è mai esistito un pensiero puramente naturale.
Il pensiero umano si è sempre ibridato con strumenti esterni — l'utensile, la scrittura, la mappa, il calcolo. Ogni tecnologia non ha aggiunto qualcosa all'uomo: ha rivelato qualcosa che l'uomo già era. Un essere che pensa fuori di sé, nell'ambiente, negli oggetti, negli altri. Un cyborg per costituzione, non per scelta.
Questa posizione affonda le radici in tre tradizioni filosofiche che Paolucci intreccia con precisione:

Charles Sanders Peirce — padre della semiotica e del pragmatismo americano — insegna che il significato non risiede nella mente ma nell'azione che produce. Un segno vale per ciò che fa, non per ciò che "contiene". L'intelligenza, in questa visione, è sempre relazionale, sempre situata, sempre in movimento tra chi parla e il mondo che risponde.

Andy Clark, filosofo scozzese della mente estesa, radicalizza questa intuizione: la mente non finisce nel cranio. Se un oggetto esterno — un'agenda, uno smartphone, una nota scritta — svolge la stessa funzione cognitiva che svolgerebbe un processo mentale interno, allora è parte della mente. Il principio di parità funzionale non è una metafora: è una ridefinizione dell'identità cognitiva umana.

Luciano Floridi, il più autorevole filosofo dell'informazione contemporaneo, occupa la posizione opposta: l'IA è agency artificiale, non intelligenza. Sistemi potenti nel riconoscere pattern e ottimizzare processi, ma privi di linguaggio autentico e quindi di significato reale. Per Floridi, attribuire intelligenza alle macchine è un errore concettuale — un antropomorfismo ingenuo che oscura la distinzione fondamentale tra strumento e mente.

Paolucci contesta questa posizione con precisione chirurgica, chiamandola "l'errore di Floridi": sostenere che le stesse frasi siano dotate di significato se pronunciate da un essere umano e prive di significato se prodotte da una macchina presuppone una concezione essenzialista della mente che né la semiotica né le scienze cognitive contemporanee sono in grado di sostenere. Se l'intelligenza è funzionale — se è intelligente ciò che si comporta in modo intelligente, come sosteneva già Alan Turing — allora la distinzione di Floridi crolla.

Il paradigma di rottura: "lavorare con", non "farsi assistere da"

La distinzione più pregnante della conferenza non era tecnica. Era comportamentale — e quindi etica.
Paolucci propone un cambio di paradigma che inverte il senso comune dominante. La domanda non è "l'IA ci sostituirà?" — domanda che presuppone un rapporto di opposizione o dipendenza. La domanda è: come ci relazioniamo con questo nuovo strumento cognitivo?

Farsi assistere dalla macchina significa portare una domanda e accettare una risposta. Il ciclo si chiude. Si è più comodi, più veloci — ma si è gli stessi di prima. La mente non si è estesa: si è delegata.

Lavorare con la macchina significa qualcosa di strutturalmente diverso. Significa usare la risposta della macchina come specchio — per vedere dove il proprio ragionamento era vago, cosa non si era ancora riusciti a formulare, dove la propria posizione aveva bisogno di essere messa alla prova. Il ciclo non si chiude: si apre. E si esce dall'interazione con una domanda migliore di quella con cui si è entrati.

Questa distinzione non è secondaria. È la differenza tra l'uomo che usa il linguaggio per pensare e l'uomo che usa il linguaggio per evitare di pensare.

La responsabilità pedagogica dell'individuo

C'è un ultimo punto — forse il più scomodo — che Paolucci pone con chiarezza: la formazione in questo nuovo ambiente non può più essere delegata alle istituzioni.
Gli enti pubblici, i sistemi educativi, le autorità regolatorie non controllano né comprendono la velocità e la profondità di questo cambiamento. I dispositivi di conoscenza più potenti della storia umana sono stati sviluppati e distribuiti da soggetti privati, su logiche che le istituzioni non riescono ancora a leggere.

Ciò non è necessariamente una catastrofe. È una responsabilizzazione. Chi sceglie di lavorare con la macchina — di usarla come estensione attiva della propria intelligenza, non come protesi passiva — si prende in carico qualcosa che nessuna scuola, nessun ministero, nessun regolamento può fare al suo posto: la propria formazione come essere pensante in un'epoca di transizione radicale.

Questa non è una posizione libertaria. È una posizione filosofica precisa: la soggettività si costruisce nell'azione, nell'uso, nella responsabilità di ciò che si sceglie di diventare attraverso gli strumenti che si adottano.

Le domande che rimangono

Al Ravensmore Club non si chiude mai con una risposta. Si chiude con la domanda che nei giorni successivi continua a lavorare in silenzio.
Dopo una serata come quella al Vittoriano, le domande sono almeno tre:

Se il pensiero è sempre stato ibrido — sempre all'interfaccia tra interno ed esterno — cosa cambia davvero con l'IA generativa rispetto alla scrittura, al libro, al calcolo? O la differenza è solo di grado, e il nostro disorientamento è la forma attuale di un'angoscia antica?

Se la responsabilità della formazione ricade sull'individuo, chi può permettersi di esercitarla? La domanda pedagogica di Paolucci rischia di diventare un nuovo privilegio per chi ha già gli strumenti per capire — e un nuovo abbandono per chi non li ha.

E infine: lavorare con la macchina richiede di sapere chi si è prima di entrare nell'interazione. Richiede un centro. Una voce propria da confrontare, resistere, affinare. In un'epoca in cui quella voce è sempre più difficile da costruire — come si forma il soggetto che poi può ibridarsi senza dissolversi?

Questa, forse, è la domanda sotto la domanda.

Fonti

Claudio Paolucci, Nati cyborg. Cosa l'intelligenza artificiale generativa ci dice dell'essere umano, Luca Sossella Editore, Roma, 2025
Andy Clark, David Chalmers, The Extended Mind, Analysis, 1998
Charles Sanders Peirce, Collected Papers, Harvard University Press, 1931–1958
Luciano Floridi, Etica dell'intelligenza artificiale, Cortina, Milano, 2022
Alan M. Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, Einaudi, Torino, 2025 (ed. or. 1950)
Umberto Eco, Trattato di semiotica generale, Bompiani, Milano, 1975
VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia, ciclo Al centro di Roma — Conferenze VIVE, Roma, 2025
Autore

Giorgio Carrozzini

Pubblicato il 09/04/2026 alle 21:58

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